Perchè non siamo la specie animale che vive più a lungo?

15 aprile 2017

Quando apprendiamo che le tartarughe e altri animali hanno un’aspettativa di vita superiore a quella dell’uomo rimaniamo interdetti, o almeno questo è ciò che succede a me.  Se è vero che l’uomo è la specie più evoluta, perchè non è anche quella che vive di più?

Così divento consapevole di un’aspettativa che in effetti a pensarci bene non ha molto fondamento: evoluzione=durata della vita.  Se siamo la razza animale più evoluta dovremmo essere anche quella che vive di più.  Ma se così non è, a cosa ci serve tutta questa cultura, questa consapevolezza, se non sappiamo trovare il modo di prolungare la nostra aspettativa di vita al di sopra di quella di specie a noi “inferiori”.  Se non sappiamo coltivare quel bene che è in verità l’unico che abbiamo, e da cui dipendono tutti gli altri: la vita.

Il mio povero raziocinio si scopre sempre più limitato e confuso nel pensare a queste cose.  Tra l’altro lo stessa osservazione di partenza non è così scontata.  Dalle informazioni che si possono trovare sul web, sembrerebbe le specie che in media vivono più dell’uomo non siano poi così tante.  Si parla soprattutto di creature marine, squali, vongole e balene, ma le informazioni non appaiono così solide e coerenti, forse a riprova che la questione interessa poco agli scienziati e naturalisti.

 


Rural-urban linkages a Largo Spartaco

14 dicembre 2016

Roma è molto grande, al punto che alcuni suoi quartieri appaiono remoti, e perciò estranei ad uno dei tanti immigranti come me.  Anche per questo, come accade a molti altri romani, la parte della città che amo di più è il mio quartiere: il Quadraro.  E il posto che amo di più del Quadraro è Largo Spartaco.  E’ una piazza per me affascinante per diversi motivi; dal punto di vista archiettonico si distingue perchè delimitata da un lato dal grande palazzo dalla forma a boomerang, che tanto mi piace, opera dell’architetto Muratori e parte integrante di un ampio progetto di edilizia economica e popolare degli anni 50 che oggi caratterizza una parte del quartiere.

Inoltre, è da ricordare che questo spazio è stato utilizzato come scenario da Monicelli (1977) nel film “Un borghese piccolo piccolo” , e prima  ancora nel 1962 da P.P. Pasolini in “Mamma Roma“, il che dà anche un’idea intuitiva di quello che la piazza ha rappresentato in certe fasi del ventesimo secolo.  Gli agricoltori inurbati, le nuove comodità della modernità ed anche una certa eleganza, una nuova comunità con tutte difficoltà della convivenza.

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Oggi, anche se è  troppo invaso dalle auto, non si può dire che questo posto rimanga solo un simbolo del passato.  Anzi le mille anime di un quartiere oggi piuttosto popoloso fanno vivere la piazza in un presente forse poco consapevole di tutto quello che rappresenta per me e per la storia della città.  A largo Spartaco ci sono una pizzeria, un bar e una birreria molto frequentati, e colorati murales opera di valenti urban artists come Diavù, Diamond o altri che hanno lavorato nel quartiere.

Diamond - Welcome to Metropoliz, MAAM, Rome, 2013, photo credits - artist

Adicenti alla piazza ci sono il mercato coperto e la strana chiesa dello stesso periodo che pur essendo dall’altro lato della strada, è pressoché invisibile perchè per qualche motivo  si trova ad una quota più bassa del livello stradale di almeno 6-7 metri.

Ma la cosa che per me più caratterizza oggi Largo Spartaco è il settimanale Mercato Contadino Urbano, che per me rappresenta un appuntamento obbligato se mi trovo in città. Io lo considero un lusso che l’amministrazione della circoscrizione mi concede di incontrare agricoltori ed i loro prodotti senza spostarmi da casa più di tanto.  In cosa si distingue da un comune mercato? Proprio per il fatto che dovrebbero essere gli stessi contadini a portare i loro prodotti in città ed incontrare direttamente i consumatori.

Per un consumatore come me, i Mercati contadini in città sono una soluzione vincente per tutti.  Io apprezzo il fatto di venire a apprendere come viene prodotto il cibo che mangio e di poterlo fare in modo piacevole, facendo conoscenza con chi li lavora. Ai produttori  la vendita diretta dovrebbe consentire maggiori margini di guadagno eliminando gli intermediari, . Certo questo sistema si adatta a chi almeno una volta alla settimana ha piacere a condividere coi suoi clienti un po’ della sua vita e del suo lavoro, assieme al prodotto.

Molti degli agricoltori e allevatori praticano l’agricoltura biologica ma a dire il vero non è tanto questo che mi porta a recarmi a Largo Spartaco tutti i Sabati mattina.  La certificazione bio, come altri marchi d’origine e qualità, serve alle aziende alimentari a comunicare col consumatore per il tramite del prodotto alcune informazioni che stabiliscano fiducia e lo rassicurino.  Io non ho bisogno di questo perchè il rapporto di fiducia lo stabilisco (in alcuni casi) direttamente con chi ha lavorato al suo prodotto e con orgoglio lo trasferisce nelle mie mani.  La qualità del prodotto la discutiamo in una conversazione ricorrente in cui si può stabilire un’intesa e una fidelizzazione.  Gli esperti di marketing ci insegnano che molti dei nostri acquisti hanno un connotato emotivo.  Bè in questo caso è ancora più chiaro.simone-robertiello

Quando compro una bottiglia di vino dal mio fornitore Simone, non è certo il marchio bio quello che mi fa sentire sicuro di quello che bevo, ma la innegabile vitalità e genuinità dei suoi (troppi) marchi, uvaggi, etichette.

Quando compro le uova fresche e il formaggio da Riccardo (quello col pugno chiuso) non posso avere dubbi sull’autenticità di quello che mi racconta, e se lo conosceste sarebbe lo stesso per voi.  Fra l’altro tengo una gallina in pensione da lui in virtù di un contratto semplice e geniale di cui magari parlo un’altra volta, che per me ha l’unico difetto di attribuirmi il potere di scegliere la data della fine della sua vita (della gallina).ls-riccardo

Un giorno o l’altro li andrò a trovare nelle loro aziende, ma già così è per me di grande valore il fatto di sapere di incontrarli a Largo Spartaco tutte le settimane.  Con loro ci sono altri agricoltori-venditori che mi stanno simpatici e di cui apprezzo la scelta di vivere e lavorare la campagna, al punto da volerla sostenere con i miei acquisti.  So che i mecrati contadini urbani non possono essere la soluzione per tutti i problemi della filiera alimentare.  Io stesso non compro lì tutto quello che mi serve.  Ma mi sembrano una cosa bellissima.  A  volte le soluzioni sono facili.

E (per gli urbainisti in ascolto) il luogo della prima inurbazione dei migranti del ventesimo secolo verso la capitale, rimane così il luogo in cui il legame città-campagna, per quanto esile, continua a mantenersi vivo.

(prime due foto courtesy Romasparita, e Diamond)


Due tipi di religioni

20 novembre 2016

Alla fine per me le religioni del mondo si dividono in due categorie: quelle che vogliono convertirti, e quelle che non cercano di farlo.

Inutile dire quale tipologia mi piace di più.

Le religioni che ambiscono a convertire tutto il mondo per me tradiscono un’insicurezza. Come le persone che odiano le scelte che fai quando non coincidono con le loro, come gli omofobi al cospetto di chi fa scelte omosessuali. gli adepti che vogliono convertirti per me sono intimamente insicuri di ciò in cui credono.   Temono di stare sbagliando tutto ed essere vittime di false credenze. Si sentono messi in discussione dalla stessa presenza al loro fianco di persone che hanno fatto una scelta diversa e sono sereni.

D’altra parte, quando qualcuno diventa insistente per convincerti ad andare ad una festa, ti viene il sospetto che la festa non sia divertente.  Se la festa, la rivelazione che avete avuto, è così bella, perchè tanta insistenza?


Fare impresa e legalità al Sud

22 giugno 2016

Ho partecipato a diversi eventi di formazione rivolti a giovani del Sud e incentrati sui temi dell’innovazione, della legalità, dell’imprenditorialità, dei beni confiscati.  A parteciparvi sono ragazzi della rete associazionistica di Libera, che in media sono molto motivati a fare qualcosa per trasformare la società in cui vivono in una dove viga più giustizia e legalità.

Nelle diverse occasioni in cui ho parlato loro, ho cercato di convincerli che il modo più efficace e diretto che hanno a disposizione per promuovere la legalità è di creare un’impresa sana nel loro territorio.  Non è affatto scontato pensare questo, in quanto l’impresa è vista da molti come uno strumento per arrichirsi, se non a discapito del prossimo, disinteressandosi dei bisogni degli altri. Gli argomenti che ho utilizzato a sostegno di questa tesi ho provato a sintetizzarli qui sotto:

  •  Un’impresa che operi con criteri di legalità in certi territori dove la consuetudine è il malaffare, è rivoluzionaria.  Acquistare, vendere, assumere personale, anche licenziarlo, applicando con convinzione la legge è qualcosa di più di un esempio, più di una testimonianza.  Significa realizzare legalità attorno a sé e togliere spazio ai sistemi di potere illeciti.  Come ci hanno insegnato i giudici eroi dell’antmafia, le mafie sono prima di tutto organizzazioni votate al guadagno con mezzi disonesti; contrapporre loro un’economia che funziona come dovrebbe è un modo di contrastarle.
  • Se è vero che le imprese cercano un profitto, per realizzarlo devono soddisfare bisogni umani. Hanno successo se creano benessere per qualcuno.  Le imprese più innovative individuano e soddisfano nuovi bisogni.  Ma anche quelle che si limitano ad offrire beni già esistenti a prezzi più bassi o con migliore qualità, contribuiscono al benessere, direi addirittura alla felicità, di molti. So che si possono citare esempi che contraddicono questo argomento, ma di solito riguardano imprese che svolgono attività illecite o usano metodi illegali, e non è certo questo che vado predicando. Comunque mi interessa presentare le imprese come entità creatrici di benessere – un’0ttica che non viene spesso considerata.
  • Dal punto di vista di un giovane alle prime esperienze non ci sono altre attività che consentono di incidere così tanto nel proprio intorno.  L’impresa è un’organizzazione di persone e mezzi votata a produrre e scambiare beni e/o servizi.  Chi ha a cuore la legalità e la giustizia sociale, farà funzionare la propria organizzazione secondo questi principi.  Nei fatti avrà improntato ai propri valori una piccola parte della società che rientra sotto il proprio controllo.

Sono messaggi che ci tengo a dare proprio in ambienti appassionati della giustizia e del cambiamento sociale (che sono anche quelli che ho più piacere di frequentare), perchè sono quelli in cui l’impresa gode di una cattiva reputazione. Le attività volontaristiche e gratuite che, soprattutto al Sud, attraggono molti giovani di quei circuiti  per me possono fare di meno per promuovere la legalità, rispetto ad un’impresa sana.  Il volontariato, le scelte di chi vota la propria esistenza a rimuovere le ingiustizie, per quanto ammirevoli, rimangono esterne al funzionamento normale della società e vengono viste come un’eccezione, che quasi conferma la normalità dell’illegalità e del clientelismo.  Inoltre, nei fatti, le attività di servizio al prossimo, il movimentismo disinteressato, occupano un periodo transitorio della vità di molti giovani di buona volontà.  Gli stessi giovani “maturando” migrano verso imprese che stanno all’estremo opposto dello spettro, dove finiscono con lo svolgere attività da dipendenti in organizzazioni guidate da logiche tutt’altro che sociali.

I giovani più bravi in tutti i sensi – i più capaci ed i più retti – per migliorare insieme il mondo e la propria condizione, possono fare gli imprenditori.  Proponiamo loro questo.


Religione e geografia

9 giugno 2016

Nel mondo ci sono moltissime religioni.  Sei o sette sono quelle più grandi, anche se poi anch’esse hanno molte versioni al loro interno. Tutte affermano di saper spiegare i misteri della vita e della morte; ciascuna ha dei precetti e delle regole di vita che ci metterebbero in sintonia con l’assoluto. Le più tolleranti riconoscono nei precetti delle altre religioni delle manifestazioni ben intenzionate, ma mal guidate, della stessa verità.

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E’ un ragionamento che dovrebbe spingerci al relativismo. Già il fatto che esistano diverse religioni importanti dovrebbe portarci a prendere ognuna di esse come un tentativo, un anelito verso il sacro, mentre la maggior parte di esse al contrario si presentano (al di là di un pò di cordialità esteriore) come impermeabili a qualunque dialogo o compromesso in termini di credenze, riti, regole.  Mangiare carne di maiale è peccato, punto e basta.

Fin da piccolo mi chiedevo: se Dio è per tutti, perchè proprio la religione che è predominante nel paese dove vivo dovrebbe essere quella vera? Guarda il caso sono stato fortunato a nascere proprio dove abbiamo scoperto le risposte giuste, e sfortunati gli altri?   E’ un ragionamento semplice, quasi scontato, eppure nessuno sembrava farlo.

C’è di più: se siamo nati nella regione del mondo in cui vige la religione vera, come lo spieghiamo? Chi crede fino in fondo alla natura sacra dei precetti e dogmi della propria religione, a ben vedere, considera anche la propria civiltà superiore a tutte alle altre.

Mi sembra di dire delle gran banalità, ma non ho sentito mai da nessuno questo tipo di ragionamento.


La riforma agraria italiana del terzo millennio: i beni confiscati alle mafie

20 gennaio 2016

Da qualche tempo collaboro con Libera, l’associazione antimafia che promuove una cultura della legalità anche tenendo vivo il ricordo delle vittime della criminalità organizzata.

Oltre a condividere i valori e i fini di quest’organizzazione, mi appassiona la sfida in cui Libera è in prima linea: trovare un impiego eticamente corretto ed economicamente sostenibile per la gran massa di beni che sono stati confiscati alla criminalità organizzata. Si tratta di migliaia di beni mobili ed immobili – dati aggiornati all’anno scorso parlavano di 17,000 beni immobili quali appartamenti, terreni agricoli, opifici industriali, etc  – che si vorrebbero reinserire nel circuito della legalità per ospitare enti pubblici ed organizzazioni impegnate a fornire servizi sociali e culturali.  L’inpegno è di quelli che fanno tremare i polsi. In certi territori non è facile individuare persone  che siano adatte a prenderli in gestione, possedendo sufficienti professionalità, rigore morale, motivazione verso il lavoro ed il rischio.

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Ieri riflettevo sulle ragioni profonde di questo mio relativamente nuovo interesse, e mi è venuto naturale collegarlo con l’argomento della mia tesi di Ph.D. – il tema su cui ho nella mia vita fatto ricerca in modo più serio – la riforma agraria.

Che cos’hanno in comune i due temi, riforma agraria e beni confiscati?  Prendendola un po’ alla lontana si potrebbe dire che il capitalismo genera disuguaglianze. Divarii nei redditi certo, ma che determinano per accumulazione negli anni anche divarii inaccettabili nei livelli patrimoniali.  Per tornare a funzionare meglio, la nostra società di mercato deve di quando in quando operare delle redistribuzioni di beni materiali, soprattutto immobili, sottraendoli a chi li ha indebitamente accumulati, e mettendoli a disposizione di persone e organizzazioni che riescano a farli fruttare nell’interesse della collettività. Ovvio, nel caso dei capitali che sono stati accumulati commettendo reati la motivazione etica per operare questa redistribuzione è più chiara e forte. In ambo i casi, si tratta di iniziative pubbliche per porre rimedio ad uno stato di disuguaglianza ingiusta, e dannosa per il funzionamento della nostra società.

Con la riforma agraria degli anni ’50, in Italia questo compito di ridistribuzione è stato svolto con un certo successo, ed ha rappresentato la precondizione per un decennio di progresso economico e civile. Riusciranno i nostri eroi …

 

 

 


Prestazione medica o corso di formazione?

13 dicembre 2015

Da tempo ho in animo di scrivere un post sulla medicina, o meglio sui mei problemi con essa.  Ma non lo faccio perchè temo di dire cose scontate per molti, o troppo personali.  Oggi provo a parlarne in un modo che guardi al di là della mia esperienza.

Nove volte su dieci la medicina ufficiale non risolve i miei problemi fisici, che fortunatamente non sono gravi, ma certo sono cronici.  Le mie esperienze con la medicina alternativa, verso cui nutro un misto di interesse e scetticismo, non sono migliori.  A qualche livello sono convinto che nelle medicine alternative a quelle che usano il metodo scientifico ci siano delle risposte ai limiti attuali della scienza medica, che dal mio punto di vista è una delusione.  Il fatto è che per uno scettico come me, e per giunta che ha studiato economia, il metodo scientifico in qualche modo mi tutela contro il rischio che una persona possa approfittarsi della mia ignoranza. La mia tutela è nel metodo di validazione di ciò che funziona fra le molte affermazioni non dimostrate che si sentono da più parti, e nella comunità di ricercatori medici che opera questo controllo.

Eppure sento il bisogno di sperimentare su me stesso alcuni dei rimedi che molti (quanti, anche insospettati!) dicono che funzionano benchè non ci siano prove.  Allora la decisione che ho preso riguardo alle medicine alternative è quella di non affidarmi alle loro cure, ma chiedere loro di farmi una formazione, che mi aiuti a capire di più i miei malanni e i loro possibili rimedi. Guardandoli con gli occhi scettici di chi non si affida, i medici alternativi (naturali, omeopatici,  olistici, mettetegli voi un nome) stanno pur sempre vendendo un prodotto: non hanno interesse a spiegarti in poco tempo quello che sanno cosicchè tu diventi autonomo da loro, ma a prenderti in cura per un periodo più o meno prolungato. Io chiedo loro il contrario; voglio pagarli perchè mi spieghino quello che sanno su ciò che funziona e ciò che non funziona, per sperimentarlo su di me ed imparare a conoscermi meglio ed a curarmi.

So che si tratta di una conoscenza che non si acquisisce in un momento e che, come tante altre cose, si impara attraverso un percorso anche perchè è un trattamento più personalizzato di quello della medicina.  Comunque quello che io chiedo alla medicina altenativa non è di curarmi, ma di formarmi.