L’Università che ho fatto io…

Non era certamente la più difficile o la più qualificata d’Italia. Mi sono laureato alla “Federico II” di Napoli negli anni 90.  Ma quella formazione mi ha consentito di confrontarmi a livello internazionale con altri senza alcun senso di inferiorità.  Era ancora un posto prestigioso soprattutto per chi ci insegnava, e molti studenti la abbandonavano nei primi anni.  Però costava poco, e quindi selezionava più sul merito, o la tenacia, che sulle possibilità.

Poi, qualche anno fa,  qualcuno ha scoperto che nei confronti internazionali l’Italia produceva meno laureati.  Premetto, non consoco questa letteratura tanto bene, ma siamo sicuri che nel confrontarci con gli altri paesi del mondo ci interessi principalmente la quantità dei laureati più che la loro qualità?  Anzi, siamo sicuri che in questi confronti abbiamo confrontato fra loro le stesse cose in diversi paesi?  Per me è possibile che le ultime riforme dell’univeristà (sia chiaro, non quella in discussione ora) abbiano inseguito vantaggi di breve periodo, perdendo di vista l’interesse del paese nel medio-lungo periodo

Non è il caso però di essere conservatori o passatisti; tra l’altro perchè  credo che il problema dell’università nel lungo periodo andrà a scomparire… insieme all’università stessa che alcuni prevedono che,  non abbia speranza di sopravvivere come istituzione per più qualche anno.

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5 Responses to L’Università che ho fatto io…

  1. Alberto Cottica ha detto:

    Mh. Io punterei sulla quantità: non riesco a immaginare degli indicatori di qualità sensati.

    Secondo me l’università (e l’istruzione in generale, almeno al di sopra dei 13-14 anni) dovrebbe essere on demand. Io vado in un posto dove ci sono delle persone che sono appassionate di alcuni problemi e li conoscono bene: per esempio “come valutare le policithce di sviluppo” oppure “la storia dell’innovazione tecnologica nel Neolitico”, oppure “perchè i progetti di intelligenza artificale sono falliti”. Poi scelgo, e mixo le cose come mi pare.

    Forse il controllo qualità si potrebbe fare sugli elementi: se un’Università eroga solo roba buona è buona. Quanto ai mix, quelli stanno allo studente, e sono buoni per definizione perché li sceglie lo studente. I piani di studio sono un inutile irrigidimento, a mio avviso. Ma forse quest’impostazione risente troppo dell’interdisciplinarietà eroica di Santa Fe.

    • francesco ha detto:

      La idea di valutazione della qualità della didattica univ proposta da Alb mi ricorda una lezioni che ho visto una volta in “Queer eyes on a straight guy”, non so se lo avete presente, quel programma (intelligente; poi ne hanno fatto una versione italiana abbastanza triste, più da macchietta) in cui un’allegra e gaia banda di esperti mette in pista un etero che vuole conquistare una ragazza.

      L’esperto gastronomico sta spiegando allo straight guy come degustare il vino e alla decima dritta che gli dà si ferma e gli dice: “Alla fine, è più semplice di così: assaggialo e se ti piace, è segno che è buono”.

      Ecco, alla fine forse ha ragione Alberto: le valutazioni sono più semplici di come ci sforziamo di strologare.

  2. Alberto Cottica ha detto:

    Tito, devi assolutamente leggere questo post di Charlie Stross, che ha una periodizzazione della storia dell’istruzione universitaria nel Regno Unito e dell'”inflazione delle qualificazioni” in cui questa culmina. Sono sicuro che ti ci viene un post fighissimo. 🙂

  3. tito ha detto:

    non verrà mai figo quanto il suo. E’ uno scrittore brillante, e quanti commenti! Lui parla perà di titoli, io mi pongo una questione di sostanza delle conoscenze che si vengono a generare (ha senso?). comunque grazie, mi sa che gli posterò il 150esimo commento

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