Crisi lavorativa: la soluzione ebraica.

Come affrontare la crescente incertezza del lavoro? Quali comportamenti ci possono tutelare contro il rischio di perdere la nostra posizione lavorativa, oggi insidiata da crisi di settore o concorrenti disposti a lavorare (anche meglio di noi) per salari più bassi?

Non ne ho idea. Comunque, mi viene in mente quello che mi disse uno dei tanti bravissimi americani di origini ebraica che conobbi nel periodo in cui ho vissuto a Boston.  “A noi ebrei – mi spiegava –  viene insegnato molto presto il valore dell’istruzione.  Una cultura come la nostra è fondata sull’esperienza che da un giorno all’altro ci si può trovare nella condizione di dovere lasciare il luogo in cui si abita senza potersi portare via nulla dei propri averi perchè si può venire perseguitati.  Per questo i mezzi per poter sopravvivere, i soli su cui si può veramente contare, non possono essere i beni materiali che uno possiede, ma devono essere dentro di te.  L’istruzione quindi è il principale investimento (assicurativo direi io) contro le avversità…”.

Qui sto iniziando a ricordare male l’episodio e quindi è meglio che continui con la voce mia.  Se pensiamo che la crisi  che rende insicuro per tutti il mercato del lavoro abbia qualcosa in comune con una persecuzione internazionale, la tragedia degli ebrei e della diaspora potrebbe avere qualcosa da insegnarci. Se qualcuno troverà quest’analogia inappropriata,  con il massimo rispetto per le sensibilità di tutti faccio notare che, se non altro, le due hanno in comune la sensazione di intima insicurezza che causano/hanno causato nelle persone.  Investire in istruzione quindi ha molto senso in queste circostanze, però per me non è la sola cosa in cui l’ebraismo internazionale può ispirarci.   Oltre alle conoscenze tecniche ci sono anche le social skills, più innate, ma su cui si può anche lavorare; e conta anche molto costruirsi una propria rete sociale e mutualistica, qualcosa di simile alla rete che le comunità ebraiche costruiscono nel mondo: una comunità di persone che apprezziamo, e da cui siamo apprezzati. Si tratta di quel “capitale sociale” nella sua definizione originale di Coleman, che è una dotazione personale, una forma di ricchezza delle persone: l’unica vera risorsa che, assieme alle nostre conoscenze, nessuno può toglierci.

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