I nomi e la moda

6 febbraio 2018

Capita a molti di scegliere un nome da attribuire al proprio figlio nascituro pensando che questo sia originale e poco usato.  Più avanti negli anni, ad esempio nel confronto con altri al parco giochi, poi ci si rende conto che molte altre famiglie che si trovavano nella stessa situazione, hanno contemporaneamente e indipendentemente pensato la stessa cosa, con il risultato che quello che si considerava originale si rivela, negli anni successivi, uno dei nomi più diffusi nella coorte dei nati in quell’anno.

Questo fenomeno mi fa pensare a come funzionano e si evolvono le mode. Molti pensano di essere relativamente indipendenti nelle scelte e nei gusti quando, al contrario, sono influenzati da tendenze di cui non si rendono conto, che si trasmettono in modi inconsapevoli. Come?  E’ difficile dire.  Immagino attraverso il linguaggio: nel caso dei nomi, attraverso la tendenza diffusa e decentralizzata in milioni di interazioni, ad associare in modo crescente certi nomi a certi stati d’animo o qualità personali.  Insomma valori sociali si creano e si trasmettono attraverso una moltitudine di comunicazioni che nessun centro di potere o opinion maker – neanche le malvage corporations – riescono a controllare o manipolare.

Sui nomi assegnati ai nuovi nati in Italia, trovo molto carino questo strumentino messo a disposizione dall’ISTAT.  “Chiara” che era al secondo posto nel 2000, scende al quarto nel 2005, al sesto nel 2010, al nono nel 2015. Qualcuno sa spiegare come mai?

Dal nome che ho assegnato a mia figlia trovo conferma del’ipotesi che avevo: di essere uno che anticipa le mode. Il nome che le ho dato, nel 2006 non era nei primi dieci affibbiati in Italia, ma è fra i primissimi oggi.

 

 

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Is it who you know?

13 gennaio 2013

Più di un anno fa pubblicavo qui un idea che da molto tempo mi frullava in testa e che riguarda le politiche di sviluppo e certe forme di spesa pubblica più in generale: che le scelte pubbliche di assegnazione delle risorse siano meno influenzate da clientelismo, corruzione, etc, di quello che la maggioranza delle persone pensano.

Qualche giorno fa l’ho posta come un’ipotesi di ricerca ad Alberto, il mio alter ego avventuroso. In men che non si dica, ho ritrovato questa questione posta come tema guida di un interessante seminario di confronto fra policy makers ed analisti delle reti. Dunque lunedì 20 mi recherò a Venezia a questo incontro che si preannuncia per me stimolante e scomodo, come tutte le vere esplorazioni del nuovo. Cercheremo dati per un esercizio di network analysis finalizzato a testare la mia semplice tesi.

Io porto in dote – orgogliosamente – i dati di opencoesione, che riguardano la spesa pubblica di cui mi occupo, anche se non credo che con quelli riusciremo a costruire delle analisi utili ad affrontare il tema di mio interesse.  Nonostante la sua ricchezza senza precedenti per una base dati liberata al pubblico, secondo me la qualità delle informazioni sui soggetti associati ai finanziamenti della politica di sviluppo non è ancora sufficiente a costruirci su delle analisi di rete.  Ma questo lo vedremo lì.

Il punto importante per me è che voglio provare con l’aiuto di esperti a impostare un analisi quantitativa non sulla base dei dati disponibili, ma della domanda di interesse. Comanda la  domanda, non le informazioni che abbiamo: vi assicuro che nella ricerca come nella valutazione, succede spesso il contrario.  Ne voglio riparlare.


Open coesione: what’s next

18 ottobre 2012

Da alcuni mesi è online il sito web che consente di elaborare e scaricare dati sugli interventi della politica di coesione in Italia, i fondi strutturali europei insomma, ed alcuni interventi finanziati con risorse nazionali che hanno la stessa finalità di riequilibrare i divari interni al nostro molto diseguale paese.  Dove sono, in cosa investono, quanto spendono, chi li gestisce e cose del genere.  Ci ho lavorato un po’ anch’io e sono orgoglioso di essere parte di un amministrazione che più che parlare di trasparenza, inizia a praticarla.

Si tratta della più ampia base dati di investimenti pubblici mai resa pubblica in Italia, con più di 500 mila interventi corrispondenti a quasi 17 miliardi di fondi pubblici impegnati.  Su questi dati si possono esercitare analisti interessati a questioni di distribuzione geografica o dimensionale, anche scaricando l’intero database, o semplici cittadini interessati ad un singolo progetto che si attua vicino a casa loro.  Si fa presto a dire trasparenza e open data, ma poi c’è sempre l’inghippo: sistemi di interrogazione che non funzionano, dati che non sono mai quelli di maggiore interesse, aggiornamenti che non si fanno.  In questo caso sembra proprio una cosa vera, provare per credere.

In cosa può migliorare questo sistema?  Certo nella qualità di questi dati.  Infatti qualche errore nel nostro sistema di monitoraggio alimentato da dozzine di gestori di fondi  può ancora trovarsi, ma sono fiducioso che questi errori diminuiranno proprio per effetto dell’uso di queste informazioni, che non è più limitato ai pochi analisti che li possono vedere e li sanno leggere.

Però a mio giudizio la vera frontiera che ci attende come Dipartimento per lo Sviluppo, e come Stato più in generale, consiste nel dare un significato più ampio a questa apertura, ovvero abilitare un flusso di informazioni di senso  opposto rispetto a quello di cui ci siamo occupati fino ad oggi: dai cittadini all’amministrazione.  ora che stiamo imparando a diffondere informazioni, dobbiamo imparare a raccoglierle, filtrarle ed elaborarle: dal pubblico a beneficio del pubblico.  E’ parte del nostro ruolo di Stato creare questo valore fungendo da catalizzatori dei contributi anche volontari dei cittadini che agiscono nell’interesse della collettività. Il problema è come farlo in modo gestibile, ma allo stesso tempo sensibile.

Qualche idea operativa? (tanto per cominciare).


La scuola in Italia è un ascensore sociale: lo dicono i test (?)

23 giugno 2011

Non è sbagliato somministrare agli studenti test standard che misurino le loro competenze.  Sbagliata è la nostra tendenza  a dare a queste misure quantitative un valore eccessivo.  Come indicatori semplificati delle competenze degli studenti e del valore degli insegnanti, i punteggi dei test hanno chiari limiti, ma dal dibattito sembra quasi che l’unico rimedio a questi limiti sia di non calcolarli affatto.  Invece ci sarebbe da prendere quei deboli segnali che ci offrono per quello che valgono: che è poco, ma non nulla.

Come esempio degli utili segnali che i test ci danno vorrei prenderne uno incoraggiante per la nostra tanto vituperata scuola.  Recenti elborazioni  sui dati dell’indagine OCSE-PISA 2009 ci dicono che la nostra scuola offre opportunità di mobilità sociale a ragazzi che provengono da famiglie e contesti svantaggiati.  Infatti, quella percentuale degli studenti più svantaggiati per background socio-economico, che prende voti alti in matematica è maggiore in Italia che in quasi tutti gli altri paesi europei.  Superando il 30%, è più alta della media OCSE, è più alta che in Germania, Francia, Inghilterra e Stati Uniti. Questo è un dato di cui dovremmo prima di tutto andare fieri, e poi dovremmo capire meglio.

Le informazioni sono solo una ricchezza. E’ l’uso che se ne fa che può avere effetti negativi sui comportamenti. Attualmente c’è in Italia un dibattito che è piuttosto critico sull’utilizzo dei test INVALSI per la valutazione degli studenti di terza media.  Spero anche in questo caso che il dibattito influenzerà solo la decisione riguardo al peso da dare loro negli scrutinii, ma che non metta in discussione l’opportunità di somministrarli.  Similmente, nella valutazione degli insegnanti, mi sembra giusto che i risultati dei test non diventino un fattore preponderante.  Negli USA, a cui molto ci ispiriamo, si erano forse spinti troppo in là nell’utilizzo di questi test a fini valutativi, come mostra l’interessantissimo dibattito che si è scatenato, per esempio, sul New York Times in tema proprio di valutazione degli insegnanti atraverso i risultati dei test.  Leggendo gli interessantissimi contributi di insengnanti, accademici e valutatori, mi sembra di capire che negli USA stiano avendo dei ripensamenti proprio mentre noi in Italia abbracciamo i test forse troppo entusiasticamente.  Cosa ne penso io? Me la caverò con uno di quegli aforismi ad effetto con cui non si sbaglia: per sviluppare forme di valutazione degli insegnanti più raffinate, è inevitabile passare per esperienze di valutazione imperfette.


Charmed by data

29 maggio 2011

Recently I have found on National Geographic magazine this chart which includes data that I find fascinating.  It is a very good visual rendering of  an analysis performed by the  Pew Research Center on data concerning the inter-racial marriages  celebrated in the United States in 2008.

The part of the picture which I find intriguing is represented by the two relatively larger rings in the row just below the largest one on the top.  They represent respectively the marriages between whites and asians, and whites and blacks.  What is striking in both cases is the disproportion between the two possible combinations of the two sexes. The percentage of asian females marrying white males in the first case, and the percentage of black males marrying white females in the second case, both represent approximately three-fourths of the total number of marriages.

What explains this unbalanced way in which the sexes combine across races?  National Geographic itself seems unwilling to advance hypotheses.  Is it genetics, the distribution of wealth, power, sexual preference, culture, some combination of those, or something else? The mind starts producing hypotheses almpost spontaneously.

This example shows what characterizes in my eyes good use of data.  This is an elaboration on (I imagine)  a widely available public data set which produces a finding only after it has been examined with an interesting question in mind: in inter-racial marriages, the two sexes combine evenly? It is interesting data because it raises many more curiosities than it satisfies, while presenting facts that are not well known.  The data does not represent opinions, but facts: in this case a behaviour.  The visuals in this case  seem to me to provide an excellent example of how to summarize many facts in an evocative way, and certainly contribute to making dry information into news.


Open data dove meno te lo aspetti

18 aprile 2011

Domani parlo alla camera dei deputati.

http://www.agoradigitale.org/eventodatiaperti

Chi l’avrebbe mai detto che avrei scritto una frase del genere. In questi ultimi anni mi sono impegnato per produrre e diffondere informazione obiettiva sull’operato dello stato, anche scontrandomi con la politica e con l’alta amministrazione che di solito alla trasparenza preferiscono la promozione dei propri interessi e della propria immagine.   Domani parliamo di dati aperti proprio alla camera.  Sono curioso.


Breaking news: migliorano le competenze dei quindicenni nel Sud Italia

10 dicembre 2010

Tutti dicevano: l’obiettivo che ci siamo dati di ridurre la quota degli studenti più in ritardo in lettura e matematica rispettivamente al 20 ed al 21 % nel 2013 è irrealistico.  Partendo da livelli così alti non c’è neanche da  sperarci di centrare il target.

Invece guardate che cos’ è successo per la matematica e per la lettura tra il 2006 ed il 2009.  Il Mezzogiorno scende uno scalino impressionante e, fra le regioni, la Puglia quasi dimezza il valore dell’indicatore in matematica, portando già nel 2009 la quota degli studenti che si fermano al livello più basso di competenze quasi al livello previsto per il 2013. Roba mai vista.

Ora si scateneranno le interpretazioni ciniche di quelli che ci spiegheranno che quell’indicatore è solo una proxy del livello vero delle competenze, che non possono essere migliorate così tanto in così poco tempo.  Ci diranno che si tratta solo dell’effetto dell’avere insegnato agli studenti a fare i test a risposte multiple, a cui non erano abituati.

Per me la cosa va presa per quello che è: un successo del meccanismo incentivante degli obiettivi di servizio e del dibattito che le misurazioni del test PISA hanno generato in Italia nella seconda metà degli anni 2000.   Miglioramenti così significativi possono succedere anche nel nostro paese e nel nostro tempo – se la volontà di tutti converge verso un obiettivo condiviso.