Rural-urban linkages a Largo Spartaco

14 dicembre 2016

Roma è molto grande, al punto che alcuni suoi quartieri appaiono remoti, e perciò estranei ad uno dei tanti immigranti come me.  Anche per questo, come accade a molti altri romani, la parte della città che amo di più è il mio quartiere: il Quadraro.  E il posto che amo di più del Quadraro è Largo Spartaco.  E’ una piazza per me affascinante per diversi motivi; dal punto di vista archiettonico si distingue perchè delimitata da un lato dal grande palazzo dalla forma a boomerang, che tanto mi piace, opera dell’architetto Muratori e parte integrante di un ampio progetto di edilizia economica e popolare degli anni 50 che oggi caratterizza una parte del quartiere.

Inoltre, è da ricordare che questo spazio è stato utilizzato come scenario da Monicelli (1977) nel film “Un borghese piccolo piccolo” , e prima  ancora nel 1962 da P.P. Pasolini in “Mamma Roma“, il che dà anche un’idea intuitiva di quello che la piazza ha rappresentato in certe fasi del ventesimo secolo.  Gli agricoltori inurbati, le nuove comodità della modernità ed anche una certa eleganza, una nuova comunità con tutte difficoltà della convivenza.

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Oggi, anche se è  troppo invaso dalle auto, non si può dire che questo posto rimanga solo un simbolo del passato.  Anzi le mille anime di un quartiere oggi piuttosto popoloso fanno vivere la piazza in un presente forse poco consapevole di tutto quello che rappresenta per me e per la storia della città.  A largo Spartaco ci sono una pizzeria, un bar e una birreria molto frequentati, e colorati murales opera di valenti urban artists come Diavù, Diamond o altri che hanno lavorato nel quartiere.

Diamond - Welcome to Metropoliz, MAAM, Rome, 2013, photo credits - artist

Adicenti alla piazza ci sono il mercato coperto e la strana chiesa dello stesso periodo che pur essendo dall’altro lato della strada, è pressoché invisibile perchè per qualche motivo  si trova ad una quota più bassa del livello stradale di almeno 6-7 metri.

Ma la cosa che per me più caratterizza oggi Largo Spartaco è il settimanale Mercato Contadino Urbano, che per me rappresenta un appuntamento obbligato se mi trovo in città. Io lo considero un lusso che l’amministrazione della circoscrizione mi concede di incontrare agricoltori ed i loro prodotti senza spostarmi da casa più di tanto.  In cosa si distingue da un comune mercato? Proprio per il fatto che dovrebbero essere gli stessi contadini a portare i loro prodotti in città ed incontrare direttamente i consumatori.

Per un consumatore come me, i Mercati contadini in città sono una soluzione vincente per tutti.  Io apprezzo il fatto di venire a apprendere come viene prodotto il cibo che mangio e di poterlo fare in modo piacevole, facendo conoscenza con chi li lavora. Ai produttori  la vendita diretta dovrebbe consentire maggiori margini di guadagno eliminando gli intermediari, . Certo questo sistema si adatta a chi almeno una volta alla settimana ha piacere a condividere coi suoi clienti un po’ della sua vita e del suo lavoro, assieme al prodotto.

Molti degli agricoltori e allevatori praticano l’agricoltura biologica ma a dire il vero non è tanto questo che mi porta a recarmi a Largo Spartaco tutti i Sabati mattina.  La certificazione bio, come altri marchi d’origine e qualità, serve alle aziende alimentari a comunicare col consumatore per il tramite del prodotto alcune informazioni che stabiliscano fiducia e lo rassicurino.  Io non ho bisogno di questo perchè il rapporto di fiducia lo stabilisco (in alcuni casi) direttamente con chi ha lavorato al suo prodotto e con orgoglio lo trasferisce nelle mie mani.  La qualità del prodotto la discutiamo in una conversazione ricorrente in cui si può stabilire un’intesa e una fidelizzazione.  Gli esperti di marketing ci insegnano che molti dei nostri acquisti hanno un connotato emotivo.  Bè in questo caso è ancora più chiaro.simone-robertiello

Quando compro una bottiglia di vino dal mio fornitore Simone, non è certo il marchio bio quello che mi fa sentire sicuro di quello che bevo, ma la innegabile vitalità e genuinità dei suoi (troppi) marchi, uvaggi, etichette.

Quando compro le uova fresche e il formaggio da Riccardo (quello col pugno chiuso) non posso avere dubbi sull’autenticità di quello che mi racconta, e se lo conosceste sarebbe lo stesso per voi.  Fra l’altro tengo una gallina in pensione da lui in virtù di un contratto semplice e geniale di cui magari parlo un’altra volta, che per me ha l’unico difetto di attribuirmi il potere di scegliere la data della fine della sua vita (della gallina).ls-riccardo

Un giorno o l’altro li andrò a trovare nelle loro aziende, ma già così è per me di grande valore il fatto di sapere di incontrarli a Largo Spartaco tutte le settimane.  Con loro ci sono altri agricoltori-venditori che mi stanno simpatici e di cui apprezzo la scelta di vivere e lavorare la campagna, al punto da volerla sostenere con i miei acquisti.  So che i mecrati contadini urbani non possono essere la soluzione per tutti i problemi della filiera alimentare.  Io stesso non compro lì tutto quello che mi serve.  Ma mi sembrano una cosa bellissima.  A  volte le soluzioni sono facili.

E (per gli urbainisti in ascolto) il luogo della prima inurbazione dei migranti del ventesimo secolo verso la capitale, rimane così il luogo in cui il legame città-campagna, per quanto esile, continua a mantenersi vivo.

(prime due foto courtesy Romasparita, e Diamond)

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Startuppari da strapazzo

10 giugno 2013

Leggendo questo divertente  post ci ho trovato diverse cose che anche io  da un po’ di tempo penso e sento.  Non lo condivido in tutto per la verità.  Ma occupandomi per lavoro anche di creazione di impresa, inizio ad avere anch’io un certo fastidio per questo circo delle start up innovative e digitali. Inseguendo il mito di quei pochi casi di milionari ventenni che hanno inventato il servizio web-based del momento, ci si dimentica che:

  1. siamo un popolo in cui la propensione all’imprenditorialità non è una cosa nuova, ma ha qualche centinaia di anni, semmai è la generazione attuale che potrebbe essere vittima del suo vittimismo;

  2. che non ci sono saperi superiori ad altri.  Si può guadagnare con qualunque cosa se la si fa con passione e cercando l’eccellenza.   Spesso quando parlo a ragazzi aspiranti imprenditori dico loro di guardare vicino per scegliere cosa fare e come farlo

Guardare vicino.  Questo mi fa venire in mente una parte del film “Small time crooks” di woody allen di qualche anno fa.

Film non memorabile forse, ma di cui mi è rimasta impressa la storia dell’aspirante malvivente un po’ cialtrone, la cui compagna, nel locale che lui aveva affittato per scavare un tunnel per fare una storica rapina in banca, al piano di sopra aveva avviato come copertura un negozio di biscotti.  Inseguendo il miraggio del colpo del secolo il tapino non si rendeva conto che il negozio al piano di sopra stava facendo soldi a palate e continuava a disperarsi e a recriminare per le disavventure del suo progetto.


Innovatori di provincia

11 maggio 2011

Vengo da una provincia.  Da Caserta per la precisione, che fra tutte le provincie italiane è fra le più provinciali a cui riesco a pensare (anche se effettivamente mi manca l”esperienza diretta per dirlo).  Ma è anche un posto da cui provengono personaggi pubblici del momento piuttosto evoluti e gradevoli, e che io stesso considero innovativi della nostra cultura pop.  Ne parlo perchè è anche un po’ la mia storia che vorrei capire meglio: come fa un centro urbano così convenzionale ad allevare tutte queste persone in cerca del nuovo?  Per certi versi la loro caratteristica comune mi sembra essere quella di essere poco convenzionali e, direi,  liberi nel pensiero, anche se qua libero non è davvero nessuno, ma tutti siamo influenzati, per conformismo o per desiderio di rivolta, dal periodo in cui viviamo.

Ci sono dei musicisti di successo come gli Avion Travel, che oggi fanno carriere separate e tutte di successo senza scadere nella qualità, ma seguendo un loro stile ed un loro percorso.  Ci sono due scrittori che hanno uno stile spiccato e personale come Antonio Pascale e Francesco Piccolo, che è anche un autore televisivo e di cinema che va per la maggiore.   Io li leggo ambedue con piacere.

Ma quello che mi fa più simpatia è forse proprio Pietro Taricone, e non perchè è prematuramente scomparso.  Ricordo in lui una forza ed una creatività vere.

Per me l’uomo nuovo è lui.


Il paradosso delle politiche per l’innovazione

8 gennaio 2011

Da  alcuni anni non si parla più tanto di incentivare le imprese a investire o a creare occupazione, ma a innovare.  Questa visione di per sè ha i suoi problemi.  Non tutti si rendono conto di quanto sarebbe faticoso vivere in una società incui tutti innovano continuamente.  Ma non è solo questo.  Come valutatore mi chiedo spesso quale sia il criterio con cui questi progetti innovativi debbano essere  selezionati. La questione non è per nulla teorica e semmai arriva tardi: ogni anno centinaia di milioni vengono spesi  dalle politiche pubbliche di sostegno all’attività innovativa delle imprese.

Oggi la valutazione di questi progetti avviene principalmente attraverso commissioni di esperti che vengono incaricati di leggere progetti, giudicare il loro grado di innovatività, e scegliere di conseguenza quelli meritevoli di sostegno pubblico. Ma chi sono queste persone, e che cosa li qualifica come soggetti in grado di individuare che cos’è innovativo?  Si tratta di esperti di settori merceologici, tecnologie e mercati, spesso legati all’università e pagati a gettone per operare questa selezione.  Esistono degli albi appositi nazionali ed europei da cui le amministrazioni possono attingere, o sceglierne di propri.

E’ evidente a tutti il paradosso insito in questo meccanismo.  Ci si può aspettare che gli esperti conoscano ciò che è cosiderato più innovativo oggi in ogni settore, ma il compito che viene loro richiesto a ben vedere riguarda il futuro. Queste persone devono in qualche modo fare previsioni su ciò che sarà innovativo nel futuro basandosi sulla traiettoria tecnologica sperimentata finora nei settori di cui sono esperti.  Si tratta quindi di una complessa attività di stima che deve contemperare aspetti di rischio, di valore atteso di mercato e auspicabilmente anche di esternalità; tutto ciò  a meno che queste politiche non consistano solo nel promuovere l’adeguamento delle nostre imprese alla frontiera tecnologica esistente, ma io faticherei a chiamere questi finanziamenti “politiche per l’innovazione”.  Estremizzando un po’  viene da chiedersi di questi esperti quello che ci chiediamo sulle persone che cercano di venderci sistemi per vincere al totocalcio: se sono in possesso di questo metodo, perchè non lo usano loro stessi per arricchirsi?   Selezionare gli innovatori potenziali su cui scommettere denaro pubblico attraverso esperti valutatori ha dei limiti – ed è tra l’altro abbastanza costoso – ma che alternative ci sono?

Due approcci completamente alternativi a cui bisognerebbe pensare  sono: l’estrazione casuale fra i progetti proposti, e qualche sistema di peer-evaluation fra tutti i soggetti proponenti.


Arduino: riprendere la tecnologia nelle nostre mani

21 giugno 2010

Alberto Cottica è proprio un genio. Lasciamo perdere il fatto che sta scrivendo un libro sulle politiche pubbliche ed il web e l’ha messo a disposizione sul web per commenti due mesi prima della pubblicazione.  Adesso sto pensando ad Arduino, quel gingillo che sarà al centro di una serie di  dimostrazioni che Alberto farà con Massimo Banzi in Toscana presso i centri regionali di diffusione tecnologica, in seguito alla convenzione che la Regione ha firmato con Kublai.

Che cos’è questo Arduino? Per quel che ho capito è una specie di mini-computer, che consente di controllare dispositivi vari come sensori, led, cellule fotoelettriche etc, e con ciò di realizzare dei manufatti creativi e a volte utili.  E che cosa c’è di innovativo ed interessante in questo? Certo non l’aspetto tecnologico, ma il fatto che permette anche a persone normali di realizzare dispositivi elettronici in prima persona, adattando elettronica ed informatica – quella roba che di solito compriamo fatta e finita nei negozi – con la nostra creatività.  Pare che con Arduino, anche per il suo prezzo bassissimo, realizzare dispositivi elettronici diventi possibile a tutti quelli che hanno voglia di applicarcisi un po’.

Perchè presentare questa tecnologia matura ed a basso costo in Toscana? Bè, l’accordo con i toscani prevede di utilizzare il metodo Kublai per promuovere innovazioni nei settori tradizionali dell’industria manifatturiera regionale.  Secondo molti osservatori, l’industria tradizionale italiana con l’avvento dell’elettronica ha perso uno dei suoi tradizionali vantaggi competitivi: quella capacità di manipolare  il processo produttivo che derivava dalle competenze nella meccanica dei nostri imprenditori e delle nostre maestranze (che poi a volte erano le stesse persone in fasi diverse della vita).  Nell’era dell’elettronica, questo controllo del processo di produzione è stato perduto, spesso non risiede più in azienda e non è più partimonio di una sola persona, ma condiviso fra diverse figure: progettisti, tecnici elettronici, programmatori, etc.     Insomma l’elettronica sembra avere espropriato le nostre piccole imprese della conoscenza profonda di come funziona il loro stesso processo di produzione, e quindi della possibilità di migliorarlo, anche al margine, ma nel continuo.  E’ la situazione ion cui si trovano Benigni e Troisi nel 1500, che non sanno nulla degli apparecchi che vorrebbero inventare…

Ma era davvero neccessario che succedesse questo con l’avvento dell’elettronica? Arduino è forse allora un modo per recuperare, nel mondo di oggi, quel rapporto diretto fra le nostre idee creative e la capacità di metterle in pratica con le nostre stesse mani.   Se il rilancio delle nostre industrie di mobili, abbigliamento e calzature può passare dal bricolage elettornico-informatico cercheremo di capirlo in Toscana a partire dal 29 Giugno.


Gli umanisti del web

4 aprile 2010

Ripensavo oggi ad una cosa che ci ha fatto notare Flavia Marzano ad un incontro organizzato da Salvatore Marras del FORMEZ per discutere di come aiutare le amministrazioni pubbliche  ad adottare gli strumenti efficenti e trasparenti del web.  Io e Alberto credo fossim0 stati invitati  per via di Kublai, un progetto di un ministero centrale con cui cerchiamo di utilizzare i superpoteri del web per perseguire un fine pubblico.

Al di là di noi due c’era un vero dream team di esperti di queste cose: tra gli altri  Gigi Cogo, Gianni Dominici, ed Ernesto Belisario; in tutto forse una ventina.  Proprio Flavia all’inizio domandava a bruciapelo a tutti: “chi di voi ha un background in una materia tecnico-scientifica”? Sorpresa, nessuno: forse solo uno o due informatici.  Tutti gli altri avevano lauree in Legge, Scienze politiche, molti in  Lettere, Sociologia, e qualche economista come io ed Alberto. Insomma mi è sembrato di capire che la discussione sul web e le sue applicazioni qui da noi è molto nelle mani di umanisti e scienziati sociali.  Il fatto in sè non mi sembra un limite.  Piuttosto mi fa capire di più sul web stesso come strumento prima di tutto sociale, che spesso sbagliamo a classificare sotto la rubrica “tecnologia”.

Potrebbe  non essere una cosa italiana, ma su questo naturalmente ne so poco. Mi sono però tornati in mente i miei anni all’MIT, dove avevo notato più o meno la stessa cosa. Era il tempo della bolla web, e la fascinazione per il web era al suo massimo.  (io concentrato a studiare politiche pubbliche ed economia dello sviluppo, non me ne accorgevo quasi) Ma alcuni mi facevano notare come i più sedotti dalle potenzialità del web erano ai dipartimenti di lingue, psicologia, storia, insomma tutti alla Scuola di Humanities, o al massimo gli architetti.  Mentre i matematici, i fisici e gli ingegneri dell’ MIT che il web tecnicamente lo hanno inventato, pur usandolo magari meglio ed in tutte le sue potenzialità,  non lo trovavano così interessante essendo quasi sempre concentrati su altro.

L’innovazione e la tecnologia sono due cose diverse, lo sappiamo già.
Quelli che inventano le cose a volte non si rendono conto di cosa veramente inventano.  Spesso tendiamo a dimenticarcelo.


La vera forza di Kublai

2 febbraio 2010

Sabato 30 Gennaio al KublaiCamp abbiamo parlato di risorse finanziarie e di spazi fisici per svolgere attività creative.  Abbiamo ascoltato le storie dei creativi che hanno provato a realizzare progetti per cambiare la propria vita e quella degli altri  e abbiamo capito di più su come funzionano alcune organizzazioni pubbliche e private che provano a sostenerli.  C’era la gente giusta e tanta energia positiva.  Ad esempio le visioni collaborative dei ragazzi di The Hub Italia, i consigli di Stefano Consiglio di Angeli per Viaggiatori, i partner  che ci accompagnano in questa strada la cui destinazione è sconosciuta a tutti, ad esempio Telecom, la Regione Basilicata con Visioni Urbane, ed il Comune di Modena.  Poi naturalmente c’era il Ministero di cui faccio parte con Luigi Mastrobuono.

Ma se dovessi dire che cosa rimane a me nel profondo di questo Camp sono i progetti nuovi e le facce dei ragazzi e delle ragazze nell’atto di presentarli con forza e convinzione al mondo.  Il premio, come ormai saprete, se l’è aggiudicato Film Voices.  Si tratta di un progetto straordinario, ma in Kublai ne abbiamo lette a diecine in questi ultimi mesi di proposte ispirate, realistiche e visionarie, che testimoniano la ferma volontà di molti giovani italiani di creare per sé e per il mondo che li circonda cose belle, utili e concrete.  Questa comunità  attira persone che sono un po’ il contrario dell’immagine dei ggggiovani che spesso ci restituiscono i media.  Non sono solo giovani, quelli che ho visto io al camp sono persone non stanno lì ad aspettare che le soluzioni vengano dagli altri, eppure sanno sfruttare degli altri i commenti, gli incoraggiamenti ed i contatti, mettendosi in gioco con coraggio.

Mi sento per una volta orgoglioso di avere contributo a mettere al mondo questo progetto.

(thx Annibale D’Elia per l’Immagine)