La riforma agraria italiana del terzo millennio: i beni confiscati alle mafie

20 gennaio 2016

Da qualche tempo collaboro con Libera, l’associazione antimafia che promuove una cultura della legalità anche tenendo vivo il ricordo delle vittime della criminalità organizzata.

Oltre a condividere i valori e i fini di quest’organizzazione, mi appassiona la sfida in cui Libera è in prima linea: trovare un impiego eticamente corretto ed economicamente sostenibile per la gran massa di beni che sono stati confiscati alla criminalità organizzata. Si tratta di migliaia di beni mobili ed immobili – dati aggiornati all’anno scorso parlavano di 17,000 beni immobili quali appartamenti, terreni agricoli, opifici industriali, etc  – che si vorrebbero reinserire nel circuito della legalità per ospitare enti pubblici ed organizzazioni impegnate a fornire servizi sociali e culturali.  L’inpegno è di quelli che fanno tremare i polsi. In certi territori non è facile individuare persone  che siano adatte a prenderli in gestione, possedendo sufficienti professionalità, rigore morale, motivazione verso il lavoro ed il rischio.

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Ieri riflettevo sulle ragioni profonde di questo mio relativamente nuovo interesse, e mi è venuto naturale collegarlo con l’argomento della mia tesi di Ph.D. – il tema su cui ho nella mia vita fatto ricerca in modo più serio – la riforma agraria.

Che cos’hanno in comune i due temi, riforma agraria e beni confiscati?  Prendendola un po’ alla lontana si potrebbe dire che il capitalismo genera disuguaglianze. Divarii nei redditi certo, ma che determinano per accumulazione negli anni anche divarii inaccettabili nei livelli patrimoniali.  Per tornare a funzionare meglio, la nostra società di mercato deve di quando in quando operare delle redistribuzioni di beni materiali, soprattutto immobili, sottraendoli a chi li ha indebitamente accumulati, e mettendoli a disposizione di persone e organizzazioni che riescano a farli fruttare nell’interesse della collettività. Ovvio, nel caso dei capitali che sono stati accumulati commettendo reati la motivazione etica per operare questa redistribuzione è più chiara e forte. In ambo i casi, si tratta di iniziative pubbliche per porre rimedio ad uno stato di disuguaglianza ingiusta, e dannosa per il funzionamento della nostra società.

Con la riforma agraria degli anni ’50, in Italia questo compito di ridistribuzione è stato svolto con un certo successo, ed ha rappresentato la precondizione per un decennio di progresso economico e civile. Riusciranno i nostri eroi …

 

 

 

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Separare il padre dal figlio

29 ottobre 2013

In quest’età di crisi un po’ reale ed un po’ psicologica, mi sembra che un importante modo di intendere il rilancio economico sia in termini di recupero ad un uso produttivo di capitali oggi inerti.  In quest’ottica per me va intesa la eversiva proposta del Fondo Monetario Internazionale di espropriare del 10% tutte le proprietà per abbattere i debiti sovrani e rilanciare gli investimenti.

Ed allora mi vengono in mente le parole che Manlio Rossi Doria scriveva nel 1947, per affermare il criterio della produttività della terra  come guida per la riforma agraria.  Vale la pena di leggerle ancora oggi:

Bisogna saper porre i problemi della trasformazione economica e sociale del Mezzogiorno con l’occhio rivolto non ai soli contadini ma a tutta la società meridionale.  Bisogna riuscire a dividere il padre dal figlio, a convincere i proprietari legati alla terra a spezzare il vincolo di solidarietà con quelli staccati dalla terra; bisogna conquistare gli uomini uno per uno, risvegliando in loro la coscienza di produttori, di tecnici, così da far scomparire dalla loro coscienza la paralizzante influenza della loro posizione di redditieri della terra.

M.  Rossi Doria, Riforma Agraria e Azione Meridionalista, 1947
rossi doria

Mutatis mutandis, dopo più di sessant’anni, e al di fuori del mondo agricolo che oggi riguarda pochi, per me queste parole hanno ancora una potenza interpretativa che è di guida all’azione pubblica.  Anche oggi si tratta, prima ancora di incentivare, di isolare e dare consapevolezza di sé stessa ad una classe sociale trasversale (anche e soprattutto alle famiglie nella cultura italiana) che vuole fare.

Produttori, tecnici, dice Manlio; imprenditori, innovatori, makers diremmo oggi.  Diciamo la stessa cosa.  Sappiamo soprattutto a chi non stiamo pensando


L’Università che ho fatto io…

16 ottobre 2010

Non era certamente la più difficile o la più qualificata d’Italia. Mi sono laureato alla “Federico II” di Napoli negli anni 90.  Ma quella formazione mi ha consentito di confrontarmi a livello internazionale con altri senza alcun senso di inferiorità.  Era ancora un posto prestigioso soprattutto per chi ci insegnava, e molti studenti la abbandonavano nei primi anni.  Però costava poco, e quindi selezionava più sul merito, o la tenacia, che sulle possibilità.

Poi, qualche anno fa,  qualcuno ha scoperto che nei confronti internazionali l’Italia produceva meno laureati.  Premetto, non consoco questa letteratura tanto bene, ma siamo sicuri che nel confrontarci con gli altri paesi del mondo ci interessi principalmente la quantità dei laureati più che la loro qualità?  Anzi, siamo sicuri che in questi confronti abbiamo confrontato fra loro le stesse cose in diversi paesi?  Per me è possibile che le ultime riforme dell’univeristà (sia chiaro, non quella in discussione ora) abbiano inseguito vantaggi di breve periodo, perdendo di vista l’interesse del paese nel medio-lungo periodo

Non è il caso però di essere conservatori o passatisti; tra l’altro perchè  credo che il problema dell’università nel lungo periodo andrà a scomparire… insieme all’università stessa che alcuni prevedono che,  non abbia speranza di sopravvivere come istituzione per più qualche anno.


Le politiche regionali, la semplicità e la bellezza.

26 marzo 2010

Che cos’hanno a che vedere fra loro queste tre cose? Ci arrivo.

Due settimane fa ero a Bruxelels a questo convegno-seminario in cui la Commissione Europea si poneva una delle  domande classiche del pianificatore: qual’è la scala territoriale giusta per l’intervento pubblico di sviluppo economico?  Non vi preoccupate, non ci penso neanche di parlarne qui; è una discussione antica e complicata.

Aveva invitato tutte le principali lobby di aree territoriali non convenzionali e non riconosciute come le regioni  metropolitane, le aree peri-urbane, le aree  costiere e periferiche, i territori di frontiera o montani, anche se trasversali a più regioni amministrative o nazioni diverse.  Ogni rappresentanza di territori reclamava di essere un bacino su cui avrebbe senso programmare risorse e interventi di sviluppo.  Ognuno naturalmente aveva un po’ di ragione.

Questo per dire che la Commissione Europea è tentata di sparigliare le carte della politica regionale, per reclutare le energie e le idee di soggetti nuovi, e sensibile al richiamo verso un approccio più flessibile e caso per caso.  Ma, come ogni altra amministrazione, sa anche di doversi semplificare la vita stabilendo regole per la distribuzione  dei fondi e la programmazione degli interventi che, come molte in vigore adesso, siano semplici ed uniformi. Regole spesso accusate di essere ottuse e burocratiche, ma il cui pregio è di essere comprensibili a tutti; di creare un clima di certezza in cui tutti gli interessati sanno cosa succederà, in base a quali criteri delle decisioni saranno prese, etc.

Anzi io vado ancora più in là e credo che una proprietà desiderabile, e che spesso viene sottovalutata delle politiche pubbliche,  è proprio la semplicità, che significa comprensibilità intuitiva per tutti.  Spesso per perseguirla vale la pena rinunciare anche ad un po’ di giustizia.  Esempio: se i soldi per le aree arretrate vengono distribuiti in proporzione inversa  al reddito procapite, questo può essere meglio che adottare una formula più razionale e giusta che nessuno riesce a capire bene, perchè espressa da un’equazione in cui c’entrano altre 35 variabili ognuna con un coefficente diverso e che misurano tutto il misurabile, dalla qualità della vita all’ambiente.

L’intervento pubblico ha una sua estetica che corrisponde alla sua linearità o simmetria: che diventa anche semplicità di operazione e misurabilità dei risultati.  La semplicità permette ai cittadini di decidere se sono a favore o contro una certa misura, e di far nascere un dibattito aperto non solo agli addetti ai lavori, ma a chiunque se ne voglia interessare.  Siete d’accordo su come vengono finanziate le scuole pubbliche? Che ne pensate dell’attuale sistema di riparto dei fondi della fiscalità ordinaria fra le regioni?  Vi pare bello?