Prestazione medica o corso di formazione?

13 dicembre 2015

Da tempo ho in animo di scrivere un post sulla medicina, o meglio sui mei problemi con essa.  Ma non lo faccio perchè temo di dire cose scontate per molti, o troppo personali.  Oggi provo a parlarne in un modo che guardi al di là della mia esperienza.

Nove volte su dieci la medicina ufficiale non risolve i miei problemi fisici, che fortunatamente non sono gravi, ma certo sono cronici.  Le mie esperienze con la medicina alternativa, verso cui nutro un misto di interesse e scetticismo, non sono migliori.  A qualche livello sono convinto che nelle medicine alternative a quelle che usano il metodo scientifico ci siano delle risposte ai limiti attuali della scienza medica, che dal mio punto di vista è una delusione.  Il fatto è che per uno scettico come me, e per giunta che ha studiato economia, il metodo scientifico in qualche modo mi tutela contro il rischio che una persona possa approfittarsi della mia ignoranza. La mia tutela è nel metodo di validazione di ciò che funziona fra le molte affermazioni non dimostrate che si sentono da più parti, e nella comunità di ricercatori medici che opera questo controllo.

Eppure sento il bisogno di sperimentare su me stesso alcuni dei rimedi che molti (quanti, anche insospettati!) dicono che funzionano benchè non ci siano prove.  Allora la decisione che ho preso riguardo alle medicine alternative è quella di non affidarmi alle loro cure, ma chiedere loro di farmi una formazione, che mi aiuti a capire di più i miei malanni e i loro possibili rimedi. Guardandoli con gli occhi scettici di chi non si affida, i medici alternativi (naturali, omeopatici,  olistici, mettetegli voi un nome) stanno pur sempre vendendo un prodotto: non hanno interesse a spiegarti in poco tempo quello che sanno cosicchè tu diventi autonomo da loro, ma a prenderti in cura per un periodo più o meno prolungato. Io chiedo loro il contrario; voglio pagarli perchè mi spieghino quello che sanno su ciò che funziona e ciò che non funziona, per sperimentarlo su di me ed imparare a conoscermi meglio ed a curarmi.

So che si tratta di una conoscenza che non si acquisisce in un momento e che, come tante altre cose, si impara attraverso un percorso anche perchè è un trattamento più personalizzato di quello della medicina.  Comunque quello che io chiedo alla medicina altenativa non è di curarmi, ma di formarmi.


La valutazione e la scuola: keep calm and pluralismo democratico

12 giugno 2015

Da tempo mi propongo con convinzione di non intervenire nei cocenti dibattiti sulla scuola in Italia, ma non resisto. Non ho tempo di studiare bene la materia e temo di essere superficiale, ma ho l’impulso di dire qualcosa anch’io limitatamentre agli aspetti che conosco di più.

Iniziamo con due affermazioni, che poi cerco di argomentare nel caso della scuola: I peggiori nemici della valutazione sono i suoi più entusiastici sostenitori;  Chi meno capisce di valutazione, più la propone come soluzione salvifica per tutto.

Le prove INVALSI a cui sono sottoposti i nostri studenti in 2a e 5a elementare, poi ancora in terza media ed in seconda superiore sono state concepite come una fonte per valutare i risultati di competenza degli studenti  e delle scuole attraverso i punteggi medi di istituto, e capire dove sono le maggiori aree di fabbisogno: in quali provincie, in quali indirizzi scolastici, nelle aree interne, in quelle urbane, o suburbane. Pochi credo che sarebbero contrari a queste prove standard, se usate a questi fini. Quando alcuni operatori poco avveduti ne parlano come strumento di valutazione del lavoro degli insegnanti a livello di classe, non fanno un servizio utile né alle prove come fonte di informazione, né alla valutazione stessa.

Chi identifica le prove INVALSI con la valutazione degli insegnanti confonde le fonti con i giudizi.  I risultati degli studenti alle prove standard INVALSI possono essere una delle molte fonti da utilizzare per giudicare il lavoro degli insegnanti, posto che lo si voglia in qualche modo fare, ma la grande maggioranza di chi si occupa seriamente di valutazione sono certo che concorderebbe con me:

  • che non debbano avere valore preponderante rispetto ad altre fonti,
  • che più fonti ed opinioni diverse, quantitative e qualitative, debbano entrare nel novero della valutazione, e
  • che ci debba essere un contraddittorio.

Avere a disposizione del pubblico delle informazioni standardizzate su ciò che i nostri studenti sanno non può essere una cosa negativa.  Chi crea un’identità fra queste informazioni e la valutazione degli insegnanti ha l’effetto:

  1. di danneggiare la qualità di questa fonte (cheating, boicottaggi);
  2. di peggiorare la qualità dell’istruzione (si insegnano i test e non la materia);
  3. di ostacolare la eventuale valutazione degli insegnanti.

Non ci sono scorciatorie. La valutazione la fanno le persone; nessuna fonte di dati, per quanto utile come i risultati dei test, la può sostituire.  Io credo in modo quasi istintivo che avere dati affidabili sia meglio che non averli, e perciò mi preoccupo quando si innescano  aspettative sul loro utilizzo che possono avere l’effetto di privarcene.

 


Cospirazione permanente o entropia del potere?

3 maggio 2015

Sono circondato da teorici della cospirazione.

Per queste persone tutto quello che va male si spiega inevitabilmente con una decisione deliberata da parte di uno o pochissimi potenti che,  nell’ombra,  decidono per tutti.   Per me invece  il male è il risultato di innumerevoli decisioni egoistiche o miopi, e non coordinate di centania di migliaia, milioni di persone.  La teoria della cospirazione è una visione riduzionista. A ben vedere, oltre che semplice è anche un po’ più ottimista del reale.  Basterebbe poco infatti per fare andare le cose come dovrebbero: basterebbe avere le persone giuste nella stanza dei bottoni e tutto andrebbe diversamente.

Di solito mi trovo da solo, invece, a pensare che il potere oggi è molto più distribuito di quello che ci piacerebbe pensare.  Le tecnologie, l’istruzione di massa e forse qualcos’altro tipo una certa tendenza verso la democrazia, fanno si che oggi nessuno possegga un potere particolarmente significativo, mentre tutti noi ne possediamo un pezzo infinitamente piccolo.  Non parlo tanto del nostro diritto di voto ma delle tante scelte ed opinioni che esprimiamo, o informazioni che facciamo circolare.  E’ una visione anche più frustrante della società che su di me ha l’effetto di indurmi a concentrarmi sulla mia vita, sul mio benessere come parte di un tutto.

Scusate il post astratto.  Mi sforzo di cercare la conoscenza pratica, ma per natura tendo a teorizzare.


Piccoli grandi cambiamenti: la scuola, il bambino e la città

26 aprile 2015

Questo post nasce da un evento della mia vita quotidiana che cerco di non dare per scontato ma trasformare in una serie di domande.

Quando vado a prendere mia figlia a scuola, che frequenta le elementari, i bambini all’uscita vengono consegnati ciascuno ad un adulto dopo che il bimbo ha indicato con la mano alla maestra chi lo è venuto a prendere (padre, madre, nonna o altro).  Niente adulto, il bambino non viene lasciato uscire.  I soli adulti che sono abilitati a prendere in consegna il minore sono identificati in un elenco che i genitori consegnano alla scuola a inizio anno (corredato da fotocopie delle carte di identità).

Oggi ci sembra per qualche motivo normale tutto ciò, ma quando andavo io alla scuola elementare ricordo che al suonare della campanella noi bambini uscivamo da soli, fin dalla prima elementare.  A pensarci sembra oggi rischioso quello che allora era normale. Se c’era un adulto che lì fuori lo era venuto a prendere bene, se no il bimbo tornava a casa da solo, come di solito succedeva a me che abitavo vicino.

La domanda è: questo comportamento degli insegnanti e della scuola vale ovunque o solo nelle città come Roma?  E’ intervenuto per effetto di una qualche legge o circolare ministeriale? Se così fosse, quando è successo? Qualcuno sa qualcosa su questo piccolo ma importante punto di svolta della nostra società?  Non ricordo alcun dibattito su questo.

Cosa potrebbe spiegarlo?

  1. le città sono diventate più pericolose (mmmh,  non saprei, forse veniamo solo informati di più dei delitti)
  2. c’è più cura dei bambini.  Probabilmente ciò si lega al fatto che in Italia il rapporto adulti/bambini è molto cresciuto negli ultimi trent’anni
  3. siamo solo diventati più apprensivi.

Qualunque siano i motivi, non è possibile che questa pratica indebolisca lo sviluppo di un senso di sicurezza ed indipendenza dei minori nella fase della crescita?  Ultima domanda, ma in altri paesi avanzati è lo stesso?


Filantropi rinnegati al Sud

1 marzo 2015

Una mia recente visita  in Campania da parenti e amici mi ha fatto riflettere su una dimensione della cultura locale che mi lascia perplesso, e che forse riflette problemi di natura sociale ed economica.

Ci sono diverse persone al Sud che compiono azioni commendevoli per altruismo, per ricercare visibilità, soddisfazione personale, o spinti da altre motivazioni, ma le giustificano con moventi più egoistici, come la ricerca di un tornaconto economico.  Si tratta di una riservatezza, quasi della vergogna di agire in difformità dal registro dominante che vorrebbe che le relazioni fra le persone siano improntate all’egoismo e all’interesse personale.  La rimozione delle reali determinanti del proprio agire in alcuni casi diventa inveterata al punto da rendere il soggetto inconsapevole, o confuso sulle motivazioni dello stesso suo agire. Non so se qualcun altro ha riscontrato comportamenti simili: è figo, o solo socialmente più accettabile, dire che come tutti si gioca a fregare gli altri per promuovere il proprio interesse o quello dei parenti più prossimi, anche quando non è così.  In altre società  a latitudini diverse da quella del Mezzogiorno mi sembra di vedere più spesso il contrario: azioni antisociali tenute nascoste o mascherate dietro facciate eticamente ineccepibili. Si tratta del più consueto “vizi privati e pubbliche virtù”, che al Sud a volte viene ribaltato per conformarsi ad una sorta di etica al rovescio.

E’ certo una grossolana semplificazione che varrà anche solo in certi contesti, ma ne scrivo perchè non mi sembra collimi con altre più affermate descrizioni culturaliste del sottosviluppo, come il familismo amorale di Banfield, o la fracasomania di Albert Hirschmann.  Del primo rappresenta la legittimazione e quasi la celebrazione pubblica, ma per altri versi può essere visto come il suo complementare opposto; la seconda è il presupposto culturale di questi comportamenti, nel senso che la supremazia della visione disfattista impone di “far scomparire” dal discorso gli elementi che sono dissonanti con essa.


Messaggeri della conoscenza: “mandatene altri”

20 gennaio 2015

Giovedì 18 Dicembre sono stato a Bari dove mi hanno invitato ad un evento di chiusura del progetto Messaggeri della Conoscenza al Dipartimento di Filosofia, Letteratura, Storia e Scienze sociali dell’Università degli studi Aldo Moro.  Ho colto l’occasione dell’invito per capire direttamente dalle voci degli interessati che cosa è stato realizzato in un ateneo del Sud grazie a quest’intervento, che era stato concepito nel 2013 dai ministri della Coesione e dell’Universita’ e Ricerca nell’ambito di una riprogrammazione di fondi Europei, e che avevo con un certo entusiasmo aiutato a impostare. Quello che segue è un racconto certamente non esemplare né rappresentativo dell’esperienza di altri atenei,  che vuole in minima parte supplire alla mancanza di una valutazione ragionata di questo progetto pilota, che pure era stata prevista.   Qui non c’è spazio per raccontare i criteri guida e le modalità operative del programma Messaggeri della conoscenza. Chi vuole approfondire può trovare molto in rete:  ad esempio il bando qui, ed un’altra testimonianza qui.

In apertura, il responsabile locale del progetto presso il dipartimento  – il prof. Paolo Fioretti – ha con grande garbo spiegato che cos’è stato realizzato.  Il progetto didattico si chiamava “Manoscritti e identità culturali in Europa e nel bacino del Mediterraneo”.  Il Messaggero inviato presso il Dipartimento FLESS è stato Filippo Ronconi, un giovane studioso laureatosi a Roma e che da alcuni anni è maître de conférence all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi.  Filippo lo conoscevo da prima per motivi personali, ed è tramite lui che gli accademici baresi sono entrati in contatto con me ed hanno deciso di invitarmi.

messageri_conoscenzaIn sostanza, per quello che ho capito, quella di Ronconi e Fioretti è la disciplina in cui si studiano i libri manoscritti greci e latini. Il progetto definisce questi testi “mediatori di civiltà” in quanto, se opportunamente indagati, i manoscritti  sono capaci di rivelare gli ambiti sociali e culturali dell’area in cui sono stati prodotti e utilizzati e pertanto costituiscono una preziosa chiave di accesso alla storia della cultura mediterranea (e non solo). Questi studiosi guardano ai manoscritti non come a semplici vettori di testi, bensì come a testimonianze complesse che richiedono un approccio multidisciplinare finalizzato a intrecciare le tre “dimensioni” dell’oggetto-libro: struttura fisica, scrittura, testo.

Al FLESS di Bari, il progetto Messaggeri è stato rivolto a 37 studenti di Paleografia latina e Paleografia greca selezionati nell’ambito del corso di laurea triennale in Lettere e dei corsi di laurea specialistica in Filologia, letterature e storia dell’antichità, e in Archeologia.  In linea generale, si richiedeva a tutti i progetti finanziati dal programma “Messaggeri” di prevedere tre fasi: la prima rappresentata dal corso tenuto dal Messaggero nel dipartimento ospitante (comprendente ore di lezioni e seminariali), la seconda da un periodo di tirocinio riservato solo ad alcuni degli studenti che avevano frequentato il corso e da svolgersi all’estero presso l’istituzione di provenienza del docente, la terza al loro ritorno sarebbe dovuta consistere in una qualche forma di restituzione da parte degli studenti dell’esperienza svolta all’estero.

A Bari hanno fatto molto di più del minimo richiesto ed organizzato un processo piuttosto strutturato, che mi fa piacere descrivere.

Nella fase iniziale il prof. Ronconi ha tenuto 20 ore di lezione frontali finalizzate a illustrare la metodologia di analisi “stratigrafica” dei manoscritti, esponendo e discutendo alcuni casi di studio esemplari. Nelle successive 24 ore di attività laboratoriali, i 37 studenti, divisi in 6 gruppi distinti, sono stati guidati nello studio di alcuni manoscritti greci e latini (uno per gruppo), al fine di apprendere questa metodologia in maniera sperimentale, attraverso la sua applicazione. I manoscritti prescelti per questo lavoro sono tutti conservati presso la Bibliothèque nationale de France a Parigi.

Ciascun gruppo ha lavorato su uno dei sei manoscritti svolgendo tre tipi di attività: 1) un’analisi della bibliografia esistente, affinando le capacità critiche e imparando a orientarsi tra banche dati specialistiche online e altri strumenti telematici di consultazione a distanza; 2) un’analisi virtuale dei manoscritti sulla base di riproduzioni integrali digitali, con la sperimentazione del metodo “stratigrafico” appreso nelle prime fasi del Progetto; 3) una settimana intensiva di incontri durante i quali i sei gruppi si sono confrontati, tra loro e con i due docenti, sulle indagini sino a quel momento svolte, illustrandone i primi risultati nonché i procedimenti scientifici applicati per conseguirli. Ogni gruppo ha partecipato a ciascuna sessione, esercitando un’attività di critica costruttiva rispetto al lavoro svolto dagli altri. Alla fine di questa fase gli studenti hanno elaborato una valutazione scritta anonima sull’attività di ciascuno degli altri gruppi esprimendosi in merito al valore scientifico del lavoro svolto, alla qualità tecnica e retorica della presentazione nonché alla capacità di argomentazione nel corso del dibattito. Tali valutazioni hanno influito sulla graduatoria stilata dai docenti che ha dato accesso alla seconda fase del progetto, nella quale sono stati selezionati 15 studenti cui è stata offerta la possibilità di trascorrere un soggiorno di studio di due mesi, come chercheurs juniores invités, presso il Centre d’Études Byzantines, Néo-Helléniques et Sud-Est Européennes dell’Ecole.

Durante il periodo di soggiorno all’estero i borsisti hanno partecipato alle attività didattiche e seminariali del Centre; nel contempo, presso la Bibliothèque nationale de France hanno avuto accesso materiale ai manoscritti di cui si sono occupati nella prima fase, passando dall’analisi delle riproduzioni digitali all’esame autoptico dei codici, potendo così applicare, in modo non più virtuale ma diretto, il metodo della “stratigrafia codicologica” appreso durante le lezioni; parallelamente, grazie alla frequenza di strutture bibliotecarie e di ricerca altamente specializzate hanno approfondito i metodi di ricerca bibliografica sui manoscritti.

Della terza parte del progetto fanno parte innanzitutto da questo stesso incontro finale a cui sono stato invitato, in cui gli studenti hanno potuto presentare i risultati del lavoro svolto alla presenza, fra gli altri, di alcuni tra i massimi esperti internazionali di scienze del manoscritto e di storia della tradizione dei testi: i proff. Guglielmo Cavallo e Oronzo Pecere. Inoltre, ne fa parte la pubblicazione degli atti di questo incontro, finanziata a valere sui fondi dello stesso progetto Messaggeri. Si tratta di un volume la cui qualità scientifica verrà assicurata dalla supervisione dei due docenti supervisori e dalla valutazione di revisori anonimi a cui sarà sottoposto, configurandosi quindi come un primo titolo scientifico per tutti gli studenti che avranno contribuito a realizzarlo.

Ambedue i direttori dei  dipartimenti universitari coinvolti dal progetto hanno espresso apprezzamento per l’opportunità offerta dal programma Messaggeri con una convinzione che, anche scontando la normale cortesia istituzionale rivolta ad un ospite come me, nasce nei casi in cui amministrazioni dello stato, ciascuna nella sua autonomia, trovano corrispondenza d’intenti e d’azione. Hanno auspicato che le politiche di sviluppo regionale rivolte agli Atenei del Sud Italia continuino a includere azioni di stimolo all’internazionalizzazione della didattica, che promuovono la qualità dell’offerta e, quindi l’interesse gli studenti, anche nella fase di ristrettezze economiche in cui oggi versano i dipartimenti universitari.  La richiesta di proseguire il programma Messaggeri è stata unanime e senza riserve.

Dal punto di vista di chi ha partecipato all’ideazione e alla traduzione in pratica del programma Messaggeri della Conoscenza, questa mia breve visita a Bari ha dato conferma ad una parte della visione su cui si fondava l’intervento, qualificandone un altra parte.  L’azione Messaggeri a Bari è stata un successo anche se non ha creato un rapporto del tutto nuovo con un’istituzione estera: i rapporti internazionali tra Bari e Parigi già esistevano. Il programma Messaggeri ha dato modo di realizzare, probabilmente ispirandola nei metodi, una collaborazione che altrimenti forse avrebbe interessato più la ricerca accademica che la didattica.  Gli studenti che ho potuto conoscere attraverso le loro presentazioni hanno fatto senza dubbio un’esperienza applicata di alto livello che altrimenti sarebbe stata loro preclusa.  L’enfasi sulla ricerca, o meglio sulla didattica della ricerca, è forse più spinta di quanto il policy-maker si immaginava nel disegnare l’intervento, ma questo può essere in parte funzione della materia di insegnamento altamente specialistica.  Ciononostante, l’esperienza di cui ho avuto prova ha un evidente e alto carattere formativo per il fatto di portare gli studenti a confrontarsi con problemi di ricerca avanzati in contesti d’eccellenza, e ciò costituisce un valore ed una competenza potenzialmente spendibili anche al di fuori dell’ambito accademico.  Forse Messaggeri può dare spazio all’interno dei dipartimenti universitari del Sud Italia a quei professori che più hanno a cuore la didattica ed i propri studenti, il che francamente mi sembra un bene.

 


Imparare nelle diverse fasi della vita

30 ottobre 2014

Spesso mi lamento del fatto che a causa di impegni di lavoro e di famiglia non ho più tempo per studiare.  In realtà non è che non impari niente del tutto.  Imparo lo stesso delle cose, forse di meno di quando ero studente, sicuramente in modo diverso.

Imparo leggendo molte cose in modo rapido e superficiale e venendo bombardato da moltissime informazioni più e meno richieste, senza aver tempo di dedicare a ciascun argomento il tempo che servirebbe a capirlo a fondo. Imparo in virtù della quantità, più che della qualità dell’attenzione che riesco a dedicare a ciascuna questione.  Per esemplificare questa differenza mi sono venute in mente due immagini alternative.

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La sabbia che cade dall’alto vs. una struttura intenzionalmente costruita.steel-tube-structure-9884652

 

Se immaginiamo che le conoscenze che assorbo siano rappresentate dall’altezza raggiunta dalla costruzione, prima mi proiettavo verso l’alto montando strutture progettate intenzionalmente, oggi punto sulle proprietà fisiche e meccaniche che fanno si che la sabbia versata dall’alto, si accumuli in verticale. Forse in passato costruivo strutture più solide e certo usavo il materiale da costruzione in modo più efficiente, ma se raggiungo più alte vette oggi o allora dipende anche dalla quantità e dalla velocità con cui i materiali mi vengono riversati addosso.