Gli umanisti del web

4 aprile 2010

Ripensavo oggi ad una cosa che ci ha fatto notare Flavia Marzano ad un incontro organizzato da Salvatore Marras del FORMEZ per discutere di come aiutare le amministrazioni pubbliche  ad adottare gli strumenti efficenti e trasparenti del web.  Io e Alberto credo fossim0 stati invitati  per via di Kublai, un progetto di un ministero centrale con cui cerchiamo di utilizzare i superpoteri del web per perseguire un fine pubblico.

Al di là di noi due c’era un vero dream team di esperti di queste cose: tra gli altri  Gigi Cogo, Gianni Dominici, ed Ernesto Belisario; in tutto forse una ventina.  Proprio Flavia all’inizio domandava a bruciapelo a tutti: “chi di voi ha un background in una materia tecnico-scientifica”? Sorpresa, nessuno: forse solo uno o due informatici.  Tutti gli altri avevano lauree in Legge, Scienze politiche, molti in  Lettere, Sociologia, e qualche economista come io ed Alberto. Insomma mi è sembrato di capire che la discussione sul web e le sue applicazioni qui da noi è molto nelle mani di umanisti e scienziati sociali.  Il fatto in sè non mi sembra un limite.  Piuttosto mi fa capire di più sul web stesso come strumento prima di tutto sociale, che spesso sbagliamo a classificare sotto la rubrica “tecnologia”.

Potrebbe  non essere una cosa italiana, ma su questo naturalmente ne so poco. Mi sono però tornati in mente i miei anni all’MIT, dove avevo notato più o meno la stessa cosa. Era il tempo della bolla web, e la fascinazione per il web era al suo massimo.  (io concentrato a studiare politiche pubbliche ed economia dello sviluppo, non me ne accorgevo quasi) Ma alcuni mi facevano notare come i più sedotti dalle potenzialità del web erano ai dipartimenti di lingue, psicologia, storia, insomma tutti alla Scuola di Humanities, o al massimo gli architetti.  Mentre i matematici, i fisici e gli ingegneri dell’ MIT che il web tecnicamente lo hanno inventato, pur usandolo magari meglio ed in tutte le sue potenzialità,  non lo trovavano così interessante essendo quasi sempre concentrati su altro.

L’innovazione e la tecnologia sono due cose diverse, lo sappiamo già.
Quelli che inventano le cose a volte non si rendono conto di cosa veramente inventano.  Spesso tendiamo a dimenticarcelo.

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Rivolti verso il passato

7 dicembre 2009

E’ un po’ che ripenso all’incontro Tempesta Perfetta, che Alberto aveva organizzato nell’ambito del nostro ciclo di incontri in Second Life di Kublai . Lì si parlava molto del perchè l’industria musicale ormai ripropone e riproduce per la maggioranza contenuti non originali senza prendere più rischi.  La televisione generalista, violentatrice seriale degli ormai impotenti Battisti, Mina e Modugno, ci occupa i pomeriggi delle domeniche con le canzoni degli anni 60, e così rievocando epoche piene di speranze smorza le nostre, e fa invecchiare  sulle loro poltrone i nostri vecchi ancora più velocemente.

Se avessi avuto il coraggio di parlare  tra quegli esperti di mercati musicali, avrei detto che forse un po’ di colpa per questo vivere proiettati nel passato ce l’hanno anche le tecnologie digitali, che rendono così poco costoso conservare i materiali musicali, accedervi.  Mia figlia a due anni conosceva Rafaella Carrà e le gemelle Kessler, Johnny Bassotto e la Tartaruga, che le facevamo vedere su Youtube. Tutto ciò non era possibile  negli anni 70.  Mia madre non mi lasciò che una quindicina di 45 giri, che col mio mangianastri presto personalizzai e finii di graffii.

Sospetto da brividi: non è che condividendo le esperienze della mia infanzia, le sto togliendo le sue?  A dire il vero non sono così pessimista per lei. Se io, e la mia società, abbiamo problemi a buttare via le cose immateriali, come quelle materiali, ho fiducia nella sua voglia di distruggere il passato prossimo, per guardare magari nel remoto, o verso l’estremo futuro