Il paradosso delle politiche per l’innovazione

8 gennaio 2011

Da  alcuni anni non si parla più tanto di incentivare le imprese a investire o a creare occupazione, ma a innovare.  Questa visione di per sè ha i suoi problemi.  Non tutti si rendono conto di quanto sarebbe faticoso vivere in una società incui tutti innovano continuamente.  Ma non è solo questo.  Come valutatore mi chiedo spesso quale sia il criterio con cui questi progetti innovativi debbano essere  selezionati. La questione non è per nulla teorica e semmai arriva tardi: ogni anno centinaia di milioni vengono spesi  dalle politiche pubbliche di sostegno all’attività innovativa delle imprese.

Oggi la valutazione di questi progetti avviene principalmente attraverso commissioni di esperti che vengono incaricati di leggere progetti, giudicare il loro grado di innovatività, e scegliere di conseguenza quelli meritevoli di sostegno pubblico. Ma chi sono queste persone, e che cosa li qualifica come soggetti in grado di individuare che cos’è innovativo?  Si tratta di esperti di settori merceologici, tecnologie e mercati, spesso legati all’università e pagati a gettone per operare questa selezione.  Esistono degli albi appositi nazionali ed europei da cui le amministrazioni possono attingere, o sceglierne di propri.

E’ evidente a tutti il paradosso insito in questo meccanismo.  Ci si può aspettare che gli esperti conoscano ciò che è cosiderato più innovativo oggi in ogni settore, ma il compito che viene loro richiesto a ben vedere riguarda il futuro. Queste persone devono in qualche modo fare previsioni su ciò che sarà innovativo nel futuro basandosi sulla traiettoria tecnologica sperimentata finora nei settori di cui sono esperti.  Si tratta quindi di una complessa attività di stima che deve contemperare aspetti di rischio, di valore atteso di mercato e auspicabilmente anche di esternalità; tutto ciò  a meno che queste politiche non consistano solo nel promuovere l’adeguamento delle nostre imprese alla frontiera tecnologica esistente, ma io faticherei a chiamere questi finanziamenti “politiche per l’innovazione”.  Estremizzando un po’  viene da chiedersi di questi esperti quello che ci chiediamo sulle persone che cercano di venderci sistemi per vincere al totocalcio: se sono in possesso di questo metodo, perchè non lo usano loro stessi per arricchirsi?   Selezionare gli innovatori potenziali su cui scommettere denaro pubblico attraverso esperti valutatori ha dei limiti – ed è tra l’altro abbastanza costoso – ma che alternative ci sono?

Due approcci completamente alternativi a cui bisognerebbe pensare  sono: l’estrazione casuale fra i progetti proposti, e qualche sistema di peer-evaluation fra tutti i soggetti proponenti.

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Arduino: riprendere la tecnologia nelle nostre mani

21 giugno 2010

Alberto Cottica è proprio un genio. Lasciamo perdere il fatto che sta scrivendo un libro sulle politiche pubbliche ed il web e l’ha messo a disposizione sul web per commenti due mesi prima della pubblicazione.  Adesso sto pensando ad Arduino, quel gingillo che sarà al centro di una serie di  dimostrazioni che Alberto farà con Massimo Banzi in Toscana presso i centri regionali di diffusione tecnologica, in seguito alla convenzione che la Regione ha firmato con Kublai.

Che cos’è questo Arduino? Per quel che ho capito è una specie di mini-computer, che consente di controllare dispositivi vari come sensori, led, cellule fotoelettriche etc, e con ciò di realizzare dei manufatti creativi e a volte utili.  E che cosa c’è di innovativo ed interessante in questo? Certo non l’aspetto tecnologico, ma il fatto che permette anche a persone normali di realizzare dispositivi elettronici in prima persona, adattando elettronica ed informatica – quella roba che di solito compriamo fatta e finita nei negozi – con la nostra creatività.  Pare che con Arduino, anche per il suo prezzo bassissimo, realizzare dispositivi elettronici diventi possibile a tutti quelli che hanno voglia di applicarcisi un po’.

Perchè presentare questa tecnologia matura ed a basso costo in Toscana? Bè, l’accordo con i toscani prevede di utilizzare il metodo Kublai per promuovere innovazioni nei settori tradizionali dell’industria manifatturiera regionale.  Secondo molti osservatori, l’industria tradizionale italiana con l’avvento dell’elettronica ha perso uno dei suoi tradizionali vantaggi competitivi: quella capacità di manipolare  il processo produttivo che derivava dalle competenze nella meccanica dei nostri imprenditori e delle nostre maestranze (che poi a volte erano le stesse persone in fasi diverse della vita).  Nell’era dell’elettronica, questo controllo del processo di produzione è stato perduto, spesso non risiede più in azienda e non è più partimonio di una sola persona, ma condiviso fra diverse figure: progettisti, tecnici elettronici, programmatori, etc.     Insomma l’elettronica sembra avere espropriato le nostre piccole imprese della conoscenza profonda di come funziona il loro stesso processo di produzione, e quindi della possibilità di migliorarlo, anche al margine, ma nel continuo.  E’ la situazione ion cui si trovano Benigni e Troisi nel 1500, che non sanno nulla degli apparecchi che vorrebbero inventare…

Ma era davvero neccessario che succedesse questo con l’avvento dell’elettronica? Arduino è forse allora un modo per recuperare, nel mondo di oggi, quel rapporto diretto fra le nostre idee creative e la capacità di metterle in pratica con le nostre stesse mani.   Se il rilancio delle nostre industrie di mobili, abbigliamento e calzature può passare dal bricolage elettornico-informatico cercheremo di capirlo in Toscana a partire dal 29 Giugno.


Gli umanisti del web

4 aprile 2010

Ripensavo oggi ad una cosa che ci ha fatto notare Flavia Marzano ad un incontro organizzato da Salvatore Marras del FORMEZ per discutere di come aiutare le amministrazioni pubbliche  ad adottare gli strumenti efficenti e trasparenti del web.  Io e Alberto credo fossim0 stati invitati  per via di Kublai, un progetto di un ministero centrale con cui cerchiamo di utilizzare i superpoteri del web per perseguire un fine pubblico.

Al di là di noi due c’era un vero dream team di esperti di queste cose: tra gli altri  Gigi Cogo, Gianni Dominici, ed Ernesto Belisario; in tutto forse una ventina.  Proprio Flavia all’inizio domandava a bruciapelo a tutti: “chi di voi ha un background in una materia tecnico-scientifica”? Sorpresa, nessuno: forse solo uno o due informatici.  Tutti gli altri avevano lauree in Legge, Scienze politiche, molti in  Lettere, Sociologia, e qualche economista come io ed Alberto. Insomma mi è sembrato di capire che la discussione sul web e le sue applicazioni qui da noi è molto nelle mani di umanisti e scienziati sociali.  Il fatto in sè non mi sembra un limite.  Piuttosto mi fa capire di più sul web stesso come strumento prima di tutto sociale, che spesso sbagliamo a classificare sotto la rubrica “tecnologia”.

Potrebbe  non essere una cosa italiana, ma su questo naturalmente ne so poco. Mi sono però tornati in mente i miei anni all’MIT, dove avevo notato più o meno la stessa cosa. Era il tempo della bolla web, e la fascinazione per il web era al suo massimo.  (io concentrato a studiare politiche pubbliche ed economia dello sviluppo, non me ne accorgevo quasi) Ma alcuni mi facevano notare come i più sedotti dalle potenzialità del web erano ai dipartimenti di lingue, psicologia, storia, insomma tutti alla Scuola di Humanities, o al massimo gli architetti.  Mentre i matematici, i fisici e gli ingegneri dell’ MIT che il web tecnicamente lo hanno inventato, pur usandolo magari meglio ed in tutte le sue potenzialità,  non lo trovavano così interessante essendo quasi sempre concentrati su altro.

L’innovazione e la tecnologia sono due cose diverse, lo sappiamo già.
Quelli che inventano le cose a volte non si rendono conto di cosa veramente inventano.  Spesso tendiamo a dimenticarcelo.