I lavavetri: differenze di aggressività nelle regioni italiane

5 novembre 2012

Qualche giorno fa ero a Caserta in visita a parenti e, fermo ad un semaforo, sono stato come al solito assalito da lavavetri stranieri particolarmente insistenti.  Un po’ ci ero abituato, ma a un certo punto mi sono fermato a riflettere su questa differenza piuttosto grossa che c’è fra nord e sud Italia, che davo per scontata. I lavavetri ci sono anche al nord ma sono molto meno invadenti; ti si avvicinano proponendoti una pulita ma se gli fai un segno di diniego si allontanano.  In Campania invece, non so se nelle altre regioni del Sud è lo stesso, per non farli avventare sul tuo parabrezza bisogna attivare preventivamente il tergicristallo, mantenere una certa distanza dalla macchina che sta davanti così da potere avanzare quando si avvicinano al vetro, ed altre cose antipatiche del genere.

A me non piace respingere queste persone in modo poco umano, ma i miei tentativi di ragionare con loro trattandole in modo umano non hanno dato risultati:  mi hanno lavato il vetro (che era pulito) contro la mia volontà.  Io mi sono rifiutato di dar loro soldi dicendo “non mi piacciono le persone aggressive”.  Di risposta mi sono sentito dire “non fare il cattivo”, “tutt’ quant amma campà” o cose del genere. Insomma quest’aggressività stradale sembra impossibile da disinnescare.

L’interrogativo che mi rimane tuttavia è questo: perchè modi così differenti in diverse città italiane?  Questa diversità ha a che vedere con standard di spirito civico che sono diversi, o con un diverso livello di tolleranza diffusa per i comportamenti che disturbano gli altri? Questi comportamenti si collegano ad altri comportamenti ancor più illegali, che dovremmo contrastare? Dovremmo pensare anche a queste cose nella politica di sviluppo, e partire da queste differenze per cercare di rimuovere i divari e creare maggiore coesione azionale?

Sono l’unico che fa caso a queste cose? Eppure sono sotto gli occhi di tutti.

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Lo sapevate?

23 ottobre 2010

Le amministrazioni pubbliche che stanno spendendo soldi per lo sviluppo del Mezzogiorno si sono impegnate a raggiungere risultati misurabili e vicini alla vita delle persone nel campo scolastico, dei servizi di assistenza agli anziani, degli asili nido, della fornitura d’acqua, della depurazione e della raccolta di rifiuti.  Noi li chiamiamo Obiettivi di Servizio.  Più o meno tutto quello che vorreste sapere su questo argomento lo trovate qui.

Ad esempio nel campo della scuola gli obiettivi sono di scendere al 10%  in ciascuna regione come percentuale di giovani che abbandonano precocemente gli studi, al 20% come quota degli studenti 15enni che hanno scarse competenze in lettura, ed al 21% come quota dei 15enni con scarse competenze in matematica.  La cosa bella è che si tratta di percentuali da raggiungere in ciascuna regione,  perchè questa è la politica di coesione e non ci interessa solo la media, ma è anche sulla distribuzione territoriale dei fenomeni che vogliamo influire.  Inoltre, il target è lo stesso indipendentemente dal livello di partenza di cascuna regione perchè quel valore, fissato d’accordo fra le regioni, in ciascun settore è considerato la soglia della civiltà per un paese come l’Italia, ed è stato giudicato realisticamente raggiungibile e corrispondente alle aspettative di progresso di tutti. Guardando ai valori, sarebbe bello che la quota degli studenti che falliscono il test PISA in matematica ad esempio in Campania scendesse al 21% dal 44, 3 del 2006, non vi sembra?.

(tra l’altro, che grande cosa questo test PISA, e che modo eccellente di trattare dei dati, ne voglio parlare un’altra volta)

La manovra degli obiettivi di servizio ha la sua forza nelle aspettative che genera presso i cittadini, che vorrebbe indurre ad esigere dalle amministrazioni responsabili per i servizi, il raggiungimento degli obiettivi che si sono date.  Quindi sarebbe importante che più persone possibile conoscessero gli obiettivi di servizio e ne parlassero.

Sapevatelo!


L’Opera Valorizzazione della Sila: ruderi della modernizzazione della Calabria

12 febbraio 2010

Sentire che gli immigrati di Rosarno vivevano accampati in condizioni disumane in una ex fabbrica nota come l’Opera per la Valorizzazione della Sila, mi ha dato da pensare.  Il motivo è che per me l’OVS è un simbolo fortemente positivo, trattandosi dell’ente che ha portato avanti l’intervento più serio che lo stato italiano ha fatto per portare la civiltà ed il benessere in Calabria. Si tratta della riforma agraria dei primi anni 50.  Una manovra decisa e ben studiata, totalmente top-down e fondamentalmente riuscita, con cui sono stati espropriati i grandi latifondisti assenteisti del Marchesato di Crotone e del comprensorio di Caulonia. La riforma agraria calabrese non è stata la solita storia all’italiana.  In meno di tre anni l’OVS aveva espropriato più di 75.000 ettari e li aveva ridistribuiti a 12.000 famiglie, a cui assegnava non un nudo pezzo di terra, ma un podere dotato anche di una piccola casa colonica.

Poi, va bene, molte cose non sono andate come ci si aspettava.  Dopo le importanti bonifiche, i rimboschimenti e gli invasi costruiti dalla Cassa peril Mezzogiorno, molti poderi sono stati abbandonati anche per effetto del boom economico che induceva molte della famiglie ad emigrare verso le città del Nord.  A detta di tutti la  fase successiva, quella in cui i nuovi agricoltori sono stati raggruppati in cooperative e poi sono stati realizzati impianti di trasformazione di materie prime, come probabilmente era quello di Rosarno, ha avuto risultati meno felici.  Più tardi ancora, negli anni sessanta si è passati al tentativo di industrializzare la Calabria, largamente fallito.

Ma se le cooperative di trasformazione e gli impianti industriali non sono riusciti, perchè non provare a recuperarne gli spazi per altri fini sociali?  Probabilmente costruire nuovi manufatti è meno costoso e dà più popolarità che risistemare quelli esistenti che vanno in rovina.  Ma l’immagine che rimane, e che ti insegue nel tempo, è quella dello Stato che fallisce e che non se ne cura, che si dimentica quello che fa e lo lascia andare in rovina.  Il successo del termine “cattedrali nel deserto” deriva dal fatto che quei metri cubi di cemento e ferro, anche se limitati,  rimangono lì negli anni, ed il loro peso nell’immaginario della gente oscura anche le tante cose che lo stato ha fatto di buono, ma che scompaiono dagli occhi della gente.  Come l’operazione di giustizia che gli eroi della riforma agraria italiana hanno fatto in Calabria.  Io qualcuno l’ho conosciuto e di altri ne ho sentito parlare, e vi assicuro che la loro Opera non merita di rimanere associata all’immagine di un fatisciente casermone che ospita immigrati sfruttati.


La criminalità e lo sviluppo del Nord Italia

3 gennaio 2010

Di recente per lavoro mi è capitato di guardare un po’ di dati sulla criminalità nelle diverse regioni del paese.  Bè la sorpresa è che l’incidenza di alcuni reati denunciati – soprattutto i furti, le violenze sessuali, i reati di sfruttamento della prostituzione e di traffico di stupefacenti – è nettamente superiore al Nord rispetto al Mezzogiorno.

La cosa è sorprendente anche perchè le mappe  dei vari fenomeni dello sviluppo, che per mestiere produco e guardo, appaiono tutte uguali (al punto che ci scherziamo sopra fra colleghi): i colori che descrivono l’intensità dei fenomeni diventano scuri man mano che si scende a Sud, medio-pallidi al centro, e chiari al nord.  Non è così per alcune forme di criminalità. Guardando ad una gamma più ampia di reati, le denuncie all’autrorità giudiziaria per 1000 abitanti sono 55 al Centro-nord e 39 al Sud (Dati ISTAT 2007). Ed allora, per deformazione professionale, a tipi come me  viene spontaneo cercare spiegazioni per quest’anomalia che consistono in errori di misurazione: inquesto caso con il fatto che i reati non vengono denunciati con la stessa probabilità al sud, o non vengono perseguiti con la stessa intensità.  Forse però la spiegazione è più semplice.  Al Sud alcune forme di criminalità sono meno presenti.

Considerando l’importanza che il crimine e l’insicurezza hanno per il benessere di un’area, direi che dobbiamo abituarci all’idea che, da questo punto di vista, nel Mezzogiorno si vive meglio.

Inquesta materia, sarebbe meglio quindi regionare sui livelli assoluti. Bisognerebbe forse solo capire, anche sulle base di confronti con il passato, o con altri paesi, qual’è il livello accettabile di questi fenomeni, verso cui tendere.