Mi dimetto da economista

30 gennaio 2013

Se Vasco Rossi si può dimettere da rockstar, io avrò pure il diritto di dimettermi da economista; cioè di cambiare identità professionale. Certo se a voi non sembrerà una gran cosa, per me non è una cosa facile da dire. Quello dell’economista è un lungo training. Alcuni dibattiti sono durati molte diecine di anni ed è difficile liberarsene intellettualmente.  Poi la concorrenza interna alla disciplina è forte per cui la defezione viene interpretata dagli altri come incapacità di competere soprattutto nell’uso di certi strumenti matematici (indipendentemente dalla loro utilità).   Infine c’è il fatto che la professione, in fondo, è piuttosto ben considerata ed ha uno status pubblico più elevato di altre come la sociologia e le scienze politiche. A dispetto di tutto ciò, c’è però il fatto che una serie di questioni non mi interessano più tanto, mentre d’altra parte mi indispone sempre più la pretesa degli economisti di possedere l’unica scienza sociale degna di questo nome; di interpretare attraverso il loro modello teorico tutti i comportamenti umani.

Da ragazzo, avevo scelto di  studiare economia perchè mi interessavano le condizioni materiali delle persone, pensando che da quelle dipendesse gran parte della loro felicità. Ora non lo credo più quanto prima.

Ma c’è soprattutto un altro motivo.  Oggi mi considero soprattutto un esperto di politiche, di intervento pubblico, e ritengo che questo campo professionale debba avere una dignità sua.  D’altra parte, dopo la laurea mi sono progressivamente perfezionato in questo tipo di studi, e poi di pratica.  Tra studiosi e analisti della società, sugli obiettivi siamo spesso  d’accordo, ma al Department of Urban Studies dell’MIT ho studiato soprattutto il come si cerca di perseguirli. Non si può infatti pensare che gli obiettivi siano tutti raggiungibili, e per raggiungere alcuni risultati si possono provare molte strade. Un esempio: oggi molti sono d’accordo che bisogna rafforzare l’istruzione pubblica nella fascia dell’obbligo. L’economista spesso si accontenta di dire: “bisogna finanziare di più la scuola pubblica” immaginando che ciò sia sufficiente. In alcuni casi si addentra di più, sostenendo, con il suo modello teorico in mente, che bisogna offrire incentivi monetari alla performance degli insegnanti. A uno come me interesserebbe sapere invece se ha maggiori effetti sulla qualità dell’istruzione un euro  speso in aumenti di stipendi per gli insegnanti, per la loro formazione, in opere pubbliche che intervengano sulla qualità degli edifici pubblici, in acquisti attrezzature informatiche, o in qualcos’altro.  Mi interesserebbe capire di più sui sistemi di incentivi  a cui gli insegnanti rispondono, e che cosa succede a quegli insegnanti che ad un clima competitivo reagiscono in modo negativo.  Insomma mi piace guardare nella scatola opaca dell’attuazione di misure di policy. Di qui anche l’interesse che ho sviluppato per la valutazione delle politiche.

Lo studio delle condizioni di efficacia delle politiche pubbliche produce e accumula conoscenze sue proprie. Se gli economisti vogliono disegnare politiche pubbliche devono addentrarsi in questa area disciplinare in cui non vengono in genere istruiti formalmente.   Questo spazio nel nostro paese non è riconosciuto chiaramente, e in italiano non ha un nome.  Forse anche per questo mi ci muovo con una certa soddisfazione.