In poche frasi che policy-maker sono

30 maggio 2014

Qualche giorno fa riflettevo sulla visione che ho delle politiche di sviluppo e che mi distingue da altri.  Con l’età, a fronte delle molte cose che si perdono, ci si conosce meglio e si acquista il dono della sintesi e forse della semplicità.  Ecco dunque in cosa ancora penso che le mie idee non siano mainstream.

Molti di quelli con cui lavoro operano sulla base dell’assunto che qualunque obiettivo sia raggiungibile dalle politiche pubbliche, basta chiarirsi le idee su ciò che si vuole ottenere ed investirci abbastanza soldi pubblici. Io invece credo che esistano alcuni risultati che non siamo capaci di raggiungere con gli strumenti che oggi conosciamo. (come nella pubblicità della carta di credito: there are certain things that money can’t buy..)

Viceversa, in materia di valutazione delle politiche, molti pensano che la valutazione debba essere applicata alle linee di intervento pubblico di cui siamo certi di riuscire a stimare l’impatto.  Io invece credo che la valutazione esterna, indipendente vada applicata a tutte le politiche, o comunque i criteri di scelta devono essere il valore e la rilevanza e della linea di policy.

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Il paradosso delle politiche per l’innovazione

8 gennaio 2011

Da  alcuni anni non si parla più tanto di incentivare le imprese a investire o a creare occupazione, ma a innovare.  Questa visione di per sè ha i suoi problemi.  Non tutti si rendono conto di quanto sarebbe faticoso vivere in una società incui tutti innovano continuamente.  Ma non è solo questo.  Come valutatore mi chiedo spesso quale sia il criterio con cui questi progetti innovativi debbano essere  selezionati. La questione non è per nulla teorica e semmai arriva tardi: ogni anno centinaia di milioni vengono spesi  dalle politiche pubbliche di sostegno all’attività innovativa delle imprese.

Oggi la valutazione di questi progetti avviene principalmente attraverso commissioni di esperti che vengono incaricati di leggere progetti, giudicare il loro grado di innovatività, e scegliere di conseguenza quelli meritevoli di sostegno pubblico. Ma chi sono queste persone, e che cosa li qualifica come soggetti in grado di individuare che cos’è innovativo?  Si tratta di esperti di settori merceologici, tecnologie e mercati, spesso legati all’università e pagati a gettone per operare questa selezione.  Esistono degli albi appositi nazionali ed europei da cui le amministrazioni possono attingere, o sceglierne di propri.

E’ evidente a tutti il paradosso insito in questo meccanismo.  Ci si può aspettare che gli esperti conoscano ciò che è cosiderato più innovativo oggi in ogni settore, ma il compito che viene loro richiesto a ben vedere riguarda il futuro. Queste persone devono in qualche modo fare previsioni su ciò che sarà innovativo nel futuro basandosi sulla traiettoria tecnologica sperimentata finora nei settori di cui sono esperti.  Si tratta quindi di una complessa attività di stima che deve contemperare aspetti di rischio, di valore atteso di mercato e auspicabilmente anche di esternalità; tutto ciò  a meno che queste politiche non consistano solo nel promuovere l’adeguamento delle nostre imprese alla frontiera tecnologica esistente, ma io faticherei a chiamere questi finanziamenti “politiche per l’innovazione”.  Estremizzando un po’  viene da chiedersi di questi esperti quello che ci chiediamo sulle persone che cercano di venderci sistemi per vincere al totocalcio: se sono in possesso di questo metodo, perchè non lo usano loro stessi per arricchirsi?   Selezionare gli innovatori potenziali su cui scommettere denaro pubblico attraverso esperti valutatori ha dei limiti – ed è tra l’altro abbastanza costoso – ma che alternative ci sono?

Due approcci completamente alternativi a cui bisognerebbe pensare  sono: l’estrazione casuale fra i progetti proposti, e qualche sistema di peer-evaluation fra tutti i soggetti proponenti.