Perchè il mercato del lavoro qualificato è così difficile in Italia?

16 aprile 2011

Qualche sera fa ero a cena con un’amica biologa molto specializzata e con esperienze di ricerca alle spalle, che come me è in cerca di lavoro.  Mi raccontava che, dopo molte esperienze deludenti in termini di precarietà e di basse retribuzioni, si è stancata di cercare posti da ricercatore .  Le piacerebbe ancora più di ogni altra cosa fare la ricercatrice, ma si è un po’ arresa. Mi raccontava anche di avere scoperto di avere maggiore successo nel trovare lavoro nel settore bio-medico se si presenta abbassando le sue qualifiche; eliminando dal CV alcune sue esperienze post-laurea particolarmente avanzate, così possono metterla anche a rispondere al telefono, a fare lavoro amministrativo, etc..

Capita che anch’io sia un professionista molto qualificato che si sta confrontando col mercato del lavoro intellettuale.  Anche la mia esperienza non è facile anche se diversa per via del settore (ricerca e valutazione sulle politice pubbliche) in cui mi muovo, in cui  sono abbastaza conosciuto.  Tuttavia riesco a capire  il disagio di chi ha continuato a studiare ed a specializzarsi e si rende conto che quelli che pensava fossero degli asset, sono invece degli elementi negativi nella valutazione di possibili datori di lavoro.

Sono appena toprnato da un viaggio negli Stati Uniti dove ho cercato anche di ristabilire alcuni contatti che potrebbero aprirmi delle opportunità di lavoro.  La sensazione è che lì le cose siano un po’ diverse.  Non sempre le qualifiche ti aprono tutte le porte: per alcuni lavori effettivamente certi titoli di eccellenza sono un ingombro, ed è normale.  Come in Italia, non di meno, contano i contatti che già hai, ossia la reputazione e la disponibilità a parlare bene di te da parte di soggetti influenti o già accreditati nell’ambiente verso cui ti proponi. Ma la sensazione di fondo è che lì ci siano più opportunità di lavoro per persone altamente qualificate.

A questo punto a me viene un pensiero indecente da economista.  Le mie convinzioni etiche e politiche lo rifiutano, ma mi sento in dovere di esprimerlo come una possibile spiegazione per quello che stiamo sperimentando in Italia.  Non è che il principio del diritto allo studio esteso agli studi universitari può avere creato un’offerta di lavoro in eccesso nel segmento più elevato del mercato del lavoro rispetto alle capacità del sistema economico di assorbirla? Sembra dire qualcosa del genere Charlie Stross in questo post eccellente che qualche tempo fa mi aveva segnalato Alberto su queste stesse pagine.

Amici economisti, colleghi dell’ISFOL che leggete questo blog (come dite, che non lo leggete?) ditemi che non è vero, che mi sto sbagliando e che l’offerta di lavoro ad elevate competenze creerà la sua domanda.