Gli spazzini volontari e la necessità di uno Stato

11 marzo 2018

Da qualche tempo a Roma (e altrove?) si possono incontrare giovani di chiara origne africana che volontariaente si mettono a spazzare dei marciapiedi piuttosto sporchi in posti dove c’è molto passaggio.  In cambio chiedono una piccola donazione con un messaggio tipo quello della foto.  A principio vederli fa piacere: alcuni trovano la cosa intelligente; altri inteneriti lasciano qualche moneta.

Sembrano sopperire ad un servizio pubblico carente e suscitano simpatia perchè preferiscono rendersi utili piuttosto che chiedere l’elemosina in cambio di nulla.

Però poi, se prestiamo un po’ più di attenzione a ciò che veramente fanno, magari fermandoci qualche minuto a guardarli, ci rendiamo conto che la situazione è un po’ meno desiderabile di quello che sembra.

Una volta trovato un posto conveniente dove c’è un discreto passaggio di gente, lo spazzino volontario  non lo pulisce veramente.  Spazza continuamente negli stessi punti spostando con la scopa mucchietti di sporcizia di qua e di là, senza mai veramente portarla via.  Perchè dovrebbe? E’ l’atto di scopare quello che gli procura le donazioni, più che il risultato di pulizia.  Diverso sarebbe se un gruppo di cittadini residenti o negozianti della zona lo retribuissero solo a lavoro completato, quando il marciapiede è pulito.

Tutto ciò mi fa rendere conto della necessità che abbiamo di un servizio pubblico.  Le nostre tasse non sostengono solo il moto delle braccia di chi spazza, ma anche il lavoro di chi organizza e verifica.   Non sempre questa catena di servizi funziona, lo sappiamo, ma è difficile sostituirla con inizative volontarie ed estemporanee i cui promotori non hanno gli incentivi giusti.