L’amministrazione non sa decidere

10 ottobre 2013

Si dice spesso che la politica non sappia decidere, ma dal mio punto di vista, anche l’amministrazione spesso si rifiuta di fare la sua parte non decidendo circa l’uso di risorse scarse fra possibili usi, e destinatari alternativi.  Questo accade in particolare quando decidere implica esercitare la propria discrezionalità di umani, applicando al meglio delle proprie conoscenze criteri opinabili.  Ci sono diversi motivi per cui questo accade.

Intanto, perchè me ne occupo. Visti dall’interno della pubblica amministrazione, i problemi sono un po’ diversi da come li immagina e li rappresenta chi ne sta all’esterno.   Spesso gli amministratori sono sospettati di essere incompetenti o pigri, o peggio, di indirizzare le risorse arbitrariamente verso persone, territori, ed imprese che li meritano meno di altri.  In realtà quello che osservo più spesso è che essi fanno di tutto per non essere sospettabili di ciò e per questo…. preferiscono non fare.  Oppure decidono di utilizzare criteri di allocazione di risorse ottusi purchè oggettivi, ingiusti per eccesso di egalitarismo: del tipo frazionare le risorse fra tutti i potenziali beneficiari senza valutare chi le meriti di più. Non decidono insomma.  Per molti burocrati la situazione da evitare a tutti costi è l’accusa di abuso d’ufficio, il ricorso.  (siamo il paese dei ricorsi: ammiro quelli tra voi che non hanno mai presentato un ricorso in tutta la loro vita).  Quindi meglio non lasciare nessuno escluso o non decidere in favore di nessuno, per non essere accusabili di avere sbagliato. Bada bene, non ho scritto per non sbagliare, ma per non essere accusabili di avere sbagliato.

Quindi: economisti, opinionisti, maitres à penser, oltre che criticare quelli che nell’amministrazione dissipano il denaro pubblico in mala fede, critichiamo anche quelli formalmente onesti, ma che calpestano l’interesse pubblico per proteggere sé stessi in ossequio alla burocrazia.  Vi assicuro che sono molti di più dei primi.

 


Io e la Repubblica: aggiornamenti

2 giugno 2011

Il 17 Marzo, in occasione del 150ennale dell’unità d’Italia annunciavo l’interruzione del mio rapporto di lavoro con il Dipartimento per lo Sviluppo Economico, dove avevo lavorato per più di otto anni prima al ministero dell’Economia, poi in quello per lo Sviluppo Economico.  Oggi due Giugno, per combinazione anche stavolta in occasione di una solenne celebrazione del nostro Stato Repubblicano, rientro nei ranghi del Ministero  come componente dell’Unità di Valutazione.  Il Ministero mi ha rinnovato l’incarico e la fiducia.

E’ il lavoro che mi piace fare e sono contento perchè non sono costretto ad abbandonare l’ipotesi di fondo che ha finora guidato le mie scelte ed il mio operato:  che le istituzioni ed il mercato premiano la buona fede e la voglia di fare.   So che questo è vero solo nei grandi numeri, nel medio periodo, e non proprio sempre.  Ma si tratta di un principio guida a cui per me è importante credere, perchè mi aiuta a vivere meglio.

Sono contento di poter continuare a fare qualcosa per il paese in cui vivo.


Con gli open data tutti possono essere valutatori delle politiche pubbliche

17 settembre 2010

Faccio il valutatore di politiche pubbliche.  Sono stato formato all’idea che spetta a gente come me creare conoscenza su quali forme di spesa pubblica e di intervento dello stato funzionano e perchè.  Lo credo ancora.

Di recente però sto inziando a pensare che ci sia un’attività ancora più importante che noi dipendenti pubblici possiamo fare per migliorare l’efficacia dell’intervento dello stato: diffondere dati intelligibili e processabili da chiunque. A questa conclusione ci stiamo arrivando in tanti da molti da punti di vista e provenienze diverse.  Ne abbiamo  parlato ad un “aperitivo open data” la settimana scorsa fra quattro amici interni ed esterni all’amministrazione.  Alberto che su queste cose non ci dà tregua (e odia la vita comoda) ne parla come spaghetti open data. Da quella seratina sono uscito ancora più convinto che la cosa più produttiva che posso fare con i dati in mio possesso è condividerli con tutti quelli a cui potrebbero interessare.  Per questo la sfida per la gente come me è quella di non pensare di dover fare tutto in prima persona, ma lasciare fare all’intelligenza collettiva; capire insomma che  abilitare molte persone che vogliono poter elaborare le informazioni già disponibili, è quasi tutto quello che dobbiamo fare per avviare discussioni a più voci da cui impariamo tutti.

Dopo quella serata, adesso ai nostri amici è venuto in mente di raccogliere in un unico sito un bel po’ di link a dati già pubblicati dalle amministrazioni pubbliche italiane, per percorrere, all’italiana, la strada che le amministrazioni pubbliche inglesi ed americane stanno aprendo per noi.  Se conoscete link a questo genere di dati diffusi da pubbliche amministrazioni italiane, segnalateli ad Alberto oppure a Federico Bo, Matteo Brunati, o Laura Tagle.  Poi naturalmente ci saranno problemi di standardizzazione, di trovare software che li rendano utilizzabili semplicemente, ma visto che ci sono tutti questi intelligenti e generosi programamtori là fuori, perchè preoccuparmene.

Non posso mica far sempre tutto io… 🙂


Concentrare gli investimenti pubblici per lo sviluppo: ma su che?

19 aprile 2010

Per la serie: lo dicono tutti, ma pensiamoci lo stesso un attimo …

Nel campo delle politiche di sviluppo è molto in auge l’idea della concentrazione. Qual’è un grave limite delle politiche di sviluppo passate? Quello di disperdere le risorse in mille rivoli.  Lo dice chiaramente Nicola Rossi, un autorevole critico di queste politiche, in un pamphlet di successo.   Per accontentare tutti si fanno centinaia di fontane, piazzette e marciapiedi, e non un numero molto più limitato di interventi che raggiungano una massa critica sufficiente ad avere effetti “di rottura”.  La tesi è condivisa un po’ da tutti. Chi nel criticare le politiche di sviluppo non arriva  a parlare di clientelismo, se non altro denuncia l’intervento “a pioggia”.

Bè io non sono molto d’accordo con questa visione, che mi sembra rispondere più all’esigenza dello stato di semplificarsi la vita, che all’interesse della popolazione di vivere meglio.  Certo la scala più giusta è diversa caso per caso.  Nel settore della ricerca, ad esempio, si promuove più innovazione finanziando 100 progetti da 100.000 euro, o un solo progetto da 10 milioni?  Nessuno ha la risposta certa ma, se mi costringete a scegliere, io opto senz’altro per attivare 100 teste autonome. Allo stesso modo, è meglio per lo Stato aiutare a nascere 50 start-up, o sostenere due grandi imprese nei loro investimenti di ampliamento? E, a parità di costo, una sola grande nuova infrastruttura è necessariamente meglio di 50 interventi di manutenzione di quelle esistenti?  E’ evidente che dipende dai casi e dai settori, ma siccome la tesi della concentrazione ha grossa influenza sul dibattito e sulle decisioni che vengono prese, bisogna metterla in discussione nei termini generali in cui viene espressa.

Ancor più che decidere quale scala dell’intervento abbia maggiore impatto, cosa che evidentemente varia da settore a settore, mi pare importante guardare a questa scelta in relazione ai rischi di fallimento, che poi rappresenterebbe quello spreco di risorse che molti denunciano. La scelta di pochi progetti grandi presuppone che lo Stato sappia prevedere solo progetti che funzionano.   Ma se questa ipotesi viene a cadere, diventa chiaramente meglio dal punto di vista della probabilità di successo, dare poco a molti. La “pioggia” bagna sicuramente la testa di gente brava; i pochi selezionatissimi interventi?

Un argomento vero in favore della concentrazione, invece, è che valutare migliaia di proposte, e scegliere fra di esse, è  più costoso e complicato.  Solo al di sopra di una certa scala unitaria degli interventi, è possibile per lo Stato mettere in campo la risorsa più scarsa e costosa: l’intelligenza.

Photo courtesy of: http://www.thecanaryreport.org


Le politiche regionali, la semplicità e la bellezza.

26 marzo 2010

Che cos’hanno a che vedere fra loro queste tre cose? Ci arrivo.

Due settimane fa ero a Bruxelels a questo convegno-seminario in cui la Commissione Europea si poneva una delle  domande classiche del pianificatore: qual’è la scala territoriale giusta per l’intervento pubblico di sviluppo economico?  Non vi preoccupate, non ci penso neanche di parlarne qui; è una discussione antica e complicata.

Aveva invitato tutte le principali lobby di aree territoriali non convenzionali e non riconosciute come le regioni  metropolitane, le aree peri-urbane, le aree  costiere e periferiche, i territori di frontiera o montani, anche se trasversali a più regioni amministrative o nazioni diverse.  Ogni rappresentanza di territori reclamava di essere un bacino su cui avrebbe senso programmare risorse e interventi di sviluppo.  Ognuno naturalmente aveva un po’ di ragione.

Questo per dire che la Commissione Europea è tentata di sparigliare le carte della politica regionale, per reclutare le energie e le idee di soggetti nuovi, e sensibile al richiamo verso un approccio più flessibile e caso per caso.  Ma, come ogni altra amministrazione, sa anche di doversi semplificare la vita stabilendo regole per la distribuzione  dei fondi e la programmazione degli interventi che, come molte in vigore adesso, siano semplici ed uniformi. Regole spesso accusate di essere ottuse e burocratiche, ma il cui pregio è di essere comprensibili a tutti; di creare un clima di certezza in cui tutti gli interessati sanno cosa succederà, in base a quali criteri delle decisioni saranno prese, etc.

Anzi io vado ancora più in là e credo che una proprietà desiderabile, e che spesso viene sottovalutata delle politiche pubbliche,  è proprio la semplicità, che significa comprensibilità intuitiva per tutti.  Spesso per perseguirla vale la pena rinunciare anche ad un po’ di giustizia.  Esempio: se i soldi per le aree arretrate vengono distribuiti in proporzione inversa  al reddito procapite, questo può essere meglio che adottare una formula più razionale e giusta che nessuno riesce a capire bene, perchè espressa da un’equazione in cui c’entrano altre 35 variabili ognuna con un coefficente diverso e che misurano tutto il misurabile, dalla qualità della vita all’ambiente.

L’intervento pubblico ha una sua estetica che corrisponde alla sua linearità o simmetria: che diventa anche semplicità di operazione e misurabilità dei risultati.  La semplicità permette ai cittadini di decidere se sono a favore o contro una certa misura, e di far nascere un dibattito aperto non solo agli addetti ai lavori, ma a chiunque se ne voglia interessare.  Siete d’accordo su come vengono finanziate le scuole pubbliche? Che ne pensate dell’attuale sistema di riparto dei fondi della fiscalità ordinaria fra le regioni?  Vi pare bello?