Messaggeri della conoscenza: “mandatene altri”

20 gennaio 2015

Giovedì 18 Dicembre sono stato a Bari dove mi hanno invitato ad un evento di chiusura del progetto Messaggeri della Conoscenza al Dipartimento di Filosofia, Letteratura, Storia e Scienze sociali dell’Università degli studi Aldo Moro.  Ho colto l’occasione dell’invito per capire direttamente dalle voci degli interessati che cosa è stato realizzato in un ateneo del Sud grazie a quest’intervento, che era stato concepito nel 2013 dai ministri della Coesione e dell’Universita’ e Ricerca nell’ambito di una riprogrammazione di fondi Europei, e che avevo con un certo entusiasmo aiutato a impostare. Quello che segue è un racconto certamente non esemplare né rappresentativo dell’esperienza di altri atenei,  che vuole in minima parte supplire alla mancanza di una valutazione ragionata di questo progetto pilota, che pure era stata prevista.   Qui non c’è spazio per raccontare i criteri guida e le modalità operative del programma Messaggeri della conoscenza. Chi vuole approfondire può trovare molto in rete:  ad esempio il bando qui, ed un’altra testimonianza qui.

In apertura, il responsabile locale del progetto presso il dipartimento  – il prof. Paolo Fioretti – ha con grande garbo spiegato che cos’è stato realizzato.  Il progetto didattico si chiamava “Manoscritti e identità culturali in Europa e nel bacino del Mediterraneo”.  Il Messaggero inviato presso il Dipartimento FLESS è stato Filippo Ronconi, un giovane studioso laureatosi a Roma e che da alcuni anni è maître de conférence all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi.  Filippo lo conoscevo da prima per motivi personali, ed è tramite lui che gli accademici baresi sono entrati in contatto con me ed hanno deciso di invitarmi.

messageri_conoscenzaIn sostanza, per quello che ho capito, quella di Ronconi e Fioretti è la disciplina in cui si studiano i libri manoscritti greci e latini. Il progetto definisce questi testi “mediatori di civiltà” in quanto, se opportunamente indagati, i manoscritti  sono capaci di rivelare gli ambiti sociali e culturali dell’area in cui sono stati prodotti e utilizzati e pertanto costituiscono una preziosa chiave di accesso alla storia della cultura mediterranea (e non solo). Questi studiosi guardano ai manoscritti non come a semplici vettori di testi, bensì come a testimonianze complesse che richiedono un approccio multidisciplinare finalizzato a intrecciare le tre “dimensioni” dell’oggetto-libro: struttura fisica, scrittura, testo.

Al FLESS di Bari, il progetto Messaggeri è stato rivolto a 37 studenti di Paleografia latina e Paleografia greca selezionati nell’ambito del corso di laurea triennale in Lettere e dei corsi di laurea specialistica in Filologia, letterature e storia dell’antichità, e in Archeologia.  In linea generale, si richiedeva a tutti i progetti finanziati dal programma “Messaggeri” di prevedere tre fasi: la prima rappresentata dal corso tenuto dal Messaggero nel dipartimento ospitante (comprendente ore di lezioni e seminariali), la seconda da un periodo di tirocinio riservato solo ad alcuni degli studenti che avevano frequentato il corso e da svolgersi all’estero presso l’istituzione di provenienza del docente, la terza al loro ritorno sarebbe dovuta consistere in una qualche forma di restituzione da parte degli studenti dell’esperienza svolta all’estero.

A Bari hanno fatto molto di più del minimo richiesto ed organizzato un processo piuttosto strutturato, che mi fa piacere descrivere.

Nella fase iniziale il prof. Ronconi ha tenuto 20 ore di lezione frontali finalizzate a illustrare la metodologia di analisi “stratigrafica” dei manoscritti, esponendo e discutendo alcuni casi di studio esemplari. Nelle successive 24 ore di attività laboratoriali, i 37 studenti, divisi in 6 gruppi distinti, sono stati guidati nello studio di alcuni manoscritti greci e latini (uno per gruppo), al fine di apprendere questa metodologia in maniera sperimentale, attraverso la sua applicazione. I manoscritti prescelti per questo lavoro sono tutti conservati presso la Bibliothèque nationale de France a Parigi.

Ciascun gruppo ha lavorato su uno dei sei manoscritti svolgendo tre tipi di attività: 1) un’analisi della bibliografia esistente, affinando le capacità critiche e imparando a orientarsi tra banche dati specialistiche online e altri strumenti telematici di consultazione a distanza; 2) un’analisi virtuale dei manoscritti sulla base di riproduzioni integrali digitali, con la sperimentazione del metodo “stratigrafico” appreso nelle prime fasi del Progetto; 3) una settimana intensiva di incontri durante i quali i sei gruppi si sono confrontati, tra loro e con i due docenti, sulle indagini sino a quel momento svolte, illustrandone i primi risultati nonché i procedimenti scientifici applicati per conseguirli. Ogni gruppo ha partecipato a ciascuna sessione, esercitando un’attività di critica costruttiva rispetto al lavoro svolto dagli altri. Alla fine di questa fase gli studenti hanno elaborato una valutazione scritta anonima sull’attività di ciascuno degli altri gruppi esprimendosi in merito al valore scientifico del lavoro svolto, alla qualità tecnica e retorica della presentazione nonché alla capacità di argomentazione nel corso del dibattito. Tali valutazioni hanno influito sulla graduatoria stilata dai docenti che ha dato accesso alla seconda fase del progetto, nella quale sono stati selezionati 15 studenti cui è stata offerta la possibilità di trascorrere un soggiorno di studio di due mesi, come chercheurs juniores invités, presso il Centre d’Études Byzantines, Néo-Helléniques et Sud-Est Européennes dell’Ecole.

Durante il periodo di soggiorno all’estero i borsisti hanno partecipato alle attività didattiche e seminariali del Centre; nel contempo, presso la Bibliothèque nationale de France hanno avuto accesso materiale ai manoscritti di cui si sono occupati nella prima fase, passando dall’analisi delle riproduzioni digitali all’esame autoptico dei codici, potendo così applicare, in modo non più virtuale ma diretto, il metodo della “stratigrafia codicologica” appreso durante le lezioni; parallelamente, grazie alla frequenza di strutture bibliotecarie e di ricerca altamente specializzate hanno approfondito i metodi di ricerca bibliografica sui manoscritti.

Della terza parte del progetto fanno parte innanzitutto da questo stesso incontro finale a cui sono stato invitato, in cui gli studenti hanno potuto presentare i risultati del lavoro svolto alla presenza, fra gli altri, di alcuni tra i massimi esperti internazionali di scienze del manoscritto e di storia della tradizione dei testi: i proff. Guglielmo Cavallo e Oronzo Pecere. Inoltre, ne fa parte la pubblicazione degli atti di questo incontro, finanziata a valere sui fondi dello stesso progetto Messaggeri. Si tratta di un volume la cui qualità scientifica verrà assicurata dalla supervisione dei due docenti supervisori e dalla valutazione di revisori anonimi a cui sarà sottoposto, configurandosi quindi come un primo titolo scientifico per tutti gli studenti che avranno contribuito a realizzarlo.

Ambedue i direttori dei  dipartimenti universitari coinvolti dal progetto hanno espresso apprezzamento per l’opportunità offerta dal programma Messaggeri con una convinzione che, anche scontando la normale cortesia istituzionale rivolta ad un ospite come me, nasce nei casi in cui amministrazioni dello stato, ciascuna nella sua autonomia, trovano corrispondenza d’intenti e d’azione. Hanno auspicato che le politiche di sviluppo regionale rivolte agli Atenei del Sud Italia continuino a includere azioni di stimolo all’internazionalizzazione della didattica, che promuovono la qualità dell’offerta e, quindi l’interesse gli studenti, anche nella fase di ristrettezze economiche in cui oggi versano i dipartimenti universitari.  La richiesta di proseguire il programma Messaggeri è stata unanime e senza riserve.

Dal punto di vista di chi ha partecipato all’ideazione e alla traduzione in pratica del programma Messaggeri della Conoscenza, questa mia breve visita a Bari ha dato conferma ad una parte della visione su cui si fondava l’intervento, qualificandone un altra parte.  L’azione Messaggeri a Bari è stata un successo anche se non ha creato un rapporto del tutto nuovo con un’istituzione estera: i rapporti internazionali tra Bari e Parigi già esistevano. Il programma Messaggeri ha dato modo di realizzare, probabilmente ispirandola nei metodi, una collaborazione che altrimenti forse avrebbe interessato più la ricerca accademica che la didattica.  Gli studenti che ho potuto conoscere attraverso le loro presentazioni hanno fatto senza dubbio un’esperienza applicata di alto livello che altrimenti sarebbe stata loro preclusa.  L’enfasi sulla ricerca, o meglio sulla didattica della ricerca, è forse più spinta di quanto il policy-maker si immaginava nel disegnare l’intervento, ma questo può essere in parte funzione della materia di insegnamento altamente specialistica.  Ciononostante, l’esperienza di cui ho avuto prova ha un evidente e alto carattere formativo per il fatto di portare gli studenti a confrontarsi con problemi di ricerca avanzati in contesti d’eccellenza, e ciò costituisce un valore ed una competenza potenzialmente spendibili anche al di fuori dell’ambito accademico.  Forse Messaggeri può dare spazio all’interno dei dipartimenti universitari del Sud Italia a quei professori che più hanno a cuore la didattica ed i propri studenti, il che francamente mi sembra un bene.

 

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Quel quid in più che dà la laurea

29 aprile 2014

Conosco dei diplomati molto preparati, che hanno continuato ad aggiornarsi negli anni e possono vantare delle competenze più o meno alla pari di chi ha proseguito gli studi fino alla laurea.  Parlando con loro però ci si rende conto che rispetto ai laureati in media manca loro qualcosa.  Che cos’è?

Prima facie lo si potrebbe definire insicurezza. Ma come si giustificherebbe questo senso di inferiorità rispetto ai laureati, se per alcuni le conoscenze sono analoghe: un po’ meno di teoria, compensata da un po’ più di pratica accumulata negli anni di lavoro. Il punto per me è questo: gli interessati non lo sanno. Ciò di cui parlo è qualcosa di un po’ diverso dal “sapere di non sapere” di cui parla Socrate.  I laureati (bravi) oltre a sapere di non sapere, sanno che non c’è molto in più da sapere  su certi argomenti: delle loro discipline  conoscono i contorni ed i limiti cognitivi, laddove quelli che non hanno proseguito gli studi pensano che ci sia un corpus di teoria che spiega, a cui loro non hanno avuto acceso.

E’ venuto il momento dei caveat.

Quello che scrivo può forse valere più per le discipline applicate che per quelle fondamentalmente toriche. Io ho in mente il confronto fra ingegneri e periti industriali, fra economisti e ragionieri.  Probabilmente vale meno per la fisica, o la filosofia, in cui gli studi universitari si inoltrano in terreni nuovi e diversi rispetto a quelli che vengono insegnati alle superiori.

Poi c’è l’effetto selezione che può distinguere i due gruppi.  Una certa maggiore preparazione dei laureati  dipende almeno in parte dal fatto che le caratteristiche degli individui influenzano la probabilità di scegliere se proseguire gli studi.  I più motivati, e coloro che provengono da famiglie che danno maggior valore all’istruzione più frequentemente decidono di proseguire gli studi dopo il diploma e questo rende i due gruppi diversi ab origine, come materiale umano. (E’ noto che la ragione principale per cui le imprese più importanti negli Stati Uniti reclutano tra i laureati delle università più prestigiose, non è la qualità dell’istruzione che lì viene impartita. E’ il filtro iniziale che queste università fanno in entrata.  Con il filtro dei test d’ingresso e le elevate rette, le università di spicco nei fatti filtrano i migliori e più determinati già in ingresso, più che renderli tali).

In definitiva, per me la capacità dell’università di trasferire effettive conoscenze è sopravvalutata, ma ciononostante  il divario fra laureati e non, esiste. In  parte è effetto del fatto che gli studi accademici consentono di apprezzare i limiti della conoscenza che si possiede.


Perchè il mercato del lavoro qualificato è così difficile in Italia?

16 aprile 2011

Qualche sera fa ero a cena con un’amica biologa molto specializzata e con esperienze di ricerca alle spalle, che come me è in cerca di lavoro.  Mi raccontava che, dopo molte esperienze deludenti in termini di precarietà e di basse retribuzioni, si è stancata di cercare posti da ricercatore .  Le piacerebbe ancora più di ogni altra cosa fare la ricercatrice, ma si è un po’ arresa. Mi raccontava anche di avere scoperto di avere maggiore successo nel trovare lavoro nel settore bio-medico se si presenta abbassando le sue qualifiche; eliminando dal CV alcune sue esperienze post-laurea particolarmente avanzate, così possono metterla anche a rispondere al telefono, a fare lavoro amministrativo, etc..

Capita che anch’io sia un professionista molto qualificato che si sta confrontando col mercato del lavoro intellettuale.  Anche la mia esperienza non è facile anche se diversa per via del settore (ricerca e valutazione sulle politice pubbliche) in cui mi muovo, in cui  sono abbastaza conosciuto.  Tuttavia riesco a capire  il disagio di chi ha continuato a studiare ed a specializzarsi e si rende conto che quelli che pensava fossero degli asset, sono invece degli elementi negativi nella valutazione di possibili datori di lavoro.

Sono appena toprnato da un viaggio negli Stati Uniti dove ho cercato anche di ristabilire alcuni contatti che potrebbero aprirmi delle opportunità di lavoro.  La sensazione è che lì le cose siano un po’ diverse.  Non sempre le qualifiche ti aprono tutte le porte: per alcuni lavori effettivamente certi titoli di eccellenza sono un ingombro, ed è normale.  Come in Italia, non di meno, contano i contatti che già hai, ossia la reputazione e la disponibilità a parlare bene di te da parte di soggetti influenti o già accreditati nell’ambiente verso cui ti proponi. Ma la sensazione di fondo è che lì ci siano più opportunità di lavoro per persone altamente qualificate.

A questo punto a me viene un pensiero indecente da economista.  Le mie convinzioni etiche e politiche lo rifiutano, ma mi sento in dovere di esprimerlo come una possibile spiegazione per quello che stiamo sperimentando in Italia.  Non è che il principio del diritto allo studio esteso agli studi universitari può avere creato un’offerta di lavoro in eccesso nel segmento più elevato del mercato del lavoro rispetto alle capacità del sistema economico di assorbirla? Sembra dire qualcosa del genere Charlie Stross in questo post eccellente che qualche tempo fa mi aveva segnalato Alberto su queste stesse pagine.

Amici economisti, colleghi dell’ISFOL che leggete questo blog (come dite, che non lo leggete?) ditemi che non è vero, che mi sto sbagliando e che l’offerta di lavoro ad elevate competenze creerà la sua domanda.


L’Università che ho fatto io…

16 ottobre 2010

Non era certamente la più difficile o la più qualificata d’Italia. Mi sono laureato alla “Federico II” di Napoli negli anni 90.  Ma quella formazione mi ha consentito di confrontarmi a livello internazionale con altri senza alcun senso di inferiorità.  Era ancora un posto prestigioso soprattutto per chi ci insegnava, e molti studenti la abbandonavano nei primi anni.  Però costava poco, e quindi selezionava più sul merito, o la tenacia, che sulle possibilità.

Poi, qualche anno fa,  qualcuno ha scoperto che nei confronti internazionali l’Italia produceva meno laureati.  Premetto, non consoco questa letteratura tanto bene, ma siamo sicuri che nel confrontarci con gli altri paesi del mondo ci interessi principalmente la quantità dei laureati più che la loro qualità?  Anzi, siamo sicuri che in questi confronti abbiamo confrontato fra loro le stesse cose in diversi paesi?  Per me è possibile che le ultime riforme dell’univeristà (sia chiaro, non quella in discussione ora) abbiano inseguito vantaggi di breve periodo, perdendo di vista l’interesse del paese nel medio-lungo periodo

Non è il caso però di essere conservatori o passatisti; tra l’altro perchè  credo che il problema dell’università nel lungo periodo andrà a scomparire… insieme all’università stessa che alcuni prevedono che,  non abbia speranza di sopravvivere come istituzione per più qualche anno.


Chi ben comincia….

30 agosto 2010

Nonostante l’estate sia stata ricca di notizie su ogni sorta di drammi e nefandezze, la notizia che mi è rimasta impressa e a cui continuo a ripensare è questa.  Il settanta per cento delle matricole della Bicocca di Milano vengono iscritte all’università dai genitori.  Questo dato mi provoca un particolare fastidio e non capisco neanche bene fino a che punto e perchè.  Forse perchè è uno di quegli indicatori che si possono considerare dei condensatori di tante cose che non vanno in questo paese: figli deresponsabilizzati e che non sentono neanche più la vergogna di non saper fare né scegliere niente in autonomia, genitori che pensano di fare il bene dei loro cari aprendo il cammino davanti a loro da qulunque ostacolo.

Credo che questo sia uno di quei casi in cui è il caso di fermarmi qui sforzandomi di non diventare censore e moralista, fare un bel respiro e pensare con un po’ di filosofia che il futuro che ci aspetta sarà inevitabilmente diverso dal passato; pensare che sarà insieme più bello e più brutto, e poi sedermi ad attendere con un po’ di curiosità quello che il futuro ci riserva.