La valutazione e la scuola: keep calm and pluralismo democratico

12 giugno 2015

Da tempo mi propongo con convinzione di non intervenire nei cocenti dibattiti sulla scuola in Italia, ma non resisto. Non ho tempo di studiare bene la materia e temo di essere superficiale, ma ho l’impulso di dire qualcosa anch’io limitatamentre agli aspetti che conosco di più.

Iniziamo con due affermazioni, che poi cerco di argomentare nel caso della scuola: I peggiori nemici della valutazione sono i suoi più entusiastici sostenitori;  Chi meno capisce di valutazione, più la propone come soluzione salvifica per tutto.

Le prove INVALSI a cui sono sottoposti i nostri studenti in 2a e 5a elementare, poi ancora in terza media ed in seconda superiore sono state concepite come una fonte per valutare i risultati di competenza degli studenti  e delle scuole attraverso i punteggi medi di istituto, e capire dove sono le maggiori aree di fabbisogno: in quali provincie, in quali indirizzi scolastici, nelle aree interne, in quelle urbane, o suburbane. Pochi credo che sarebbero contrari a queste prove standard, se usate a questi fini. Quando alcuni operatori poco avveduti ne parlano come strumento di valutazione del lavoro degli insegnanti a livello di classe, non fanno un servizio utile né alle prove come fonte di informazione, né alla valutazione stessa.

Chi identifica le prove INVALSI con la valutazione degli insegnanti confonde le fonti con i giudizi.  I risultati degli studenti alle prove standard INVALSI possono essere una delle molte fonti da utilizzare per giudicare il lavoro degli insegnanti, posto che lo si voglia in qualche modo fare, ma la grande maggioranza di chi si occupa seriamente di valutazione sono certo che concorderebbe con me:

  • che non debbano avere valore preponderante rispetto ad altre fonti,
  • che più fonti ed opinioni diverse, quantitative e qualitative, debbano entrare nel novero della valutazione, e
  • che ci debba essere un contraddittorio.

Avere a disposizione del pubblico delle informazioni standardizzate su ciò che i nostri studenti sanno non può essere una cosa negativa.  Chi crea un’identità fra queste informazioni e la valutazione degli insegnanti ha l’effetto:

  1. di danneggiare la qualità di questa fonte (cheating, boicottaggi);
  2. di peggiorare la qualità dell’istruzione (si insegnano i test e non la materia);
  3. di ostacolare la eventuale valutazione degli insegnanti.

Non ci sono scorciatorie. La valutazione la fanno le persone; nessuna fonte di dati, per quanto utile come i risultati dei test, la può sostituire.  Io credo in modo quasi istintivo che avere dati affidabili sia meglio che non averli, e perciò mi preoccupo quando si innescano  aspettative sul loro utilizzo che possono avere l’effetto di privarcene.

 


La scuola in Italia è un ascensore sociale: lo dicono i test (?)

23 giugno 2011

Non è sbagliato somministrare agli studenti test standard che misurino le loro competenze.  Sbagliata è la nostra tendenza  a dare a queste misure quantitative un valore eccessivo.  Come indicatori semplificati delle competenze degli studenti e del valore degli insegnanti, i punteggi dei test hanno chiari limiti, ma dal dibattito sembra quasi che l’unico rimedio a questi limiti sia di non calcolarli affatto.  Invece ci sarebbe da prendere quei deboli segnali che ci offrono per quello che valgono: che è poco, ma non nulla.

Come esempio degli utili segnali che i test ci danno vorrei prenderne uno incoraggiante per la nostra tanto vituperata scuola.  Recenti elborazioni  sui dati dell’indagine OCSE-PISA 2009 ci dicono che la nostra scuola offre opportunità di mobilità sociale a ragazzi che provengono da famiglie e contesti svantaggiati.  Infatti, quella percentuale degli studenti più svantaggiati per background socio-economico, che prende voti alti in matematica è maggiore in Italia che in quasi tutti gli altri paesi europei.  Superando il 30%, è più alta della media OCSE, è più alta che in Germania, Francia, Inghilterra e Stati Uniti. Questo è un dato di cui dovremmo prima di tutto andare fieri, e poi dovremmo capire meglio.

Le informazioni sono solo una ricchezza. E’ l’uso che se ne fa che può avere effetti negativi sui comportamenti. Attualmente c’è in Italia un dibattito che è piuttosto critico sull’utilizzo dei test INVALSI per la valutazione degli studenti di terza media.  Spero anche in questo caso che il dibattito influenzerà solo la decisione riguardo al peso da dare loro negli scrutinii, ma che non metta in discussione l’opportunità di somministrarli.  Similmente, nella valutazione degli insegnanti, mi sembra giusto che i risultati dei test non diventino un fattore preponderante.  Negli USA, a cui molto ci ispiriamo, si erano forse spinti troppo in là nell’utilizzo di questi test a fini valutativi, come mostra l’interessantissimo dibattito che si è scatenato, per esempio, sul New York Times in tema proprio di valutazione degli insegnanti atraverso i risultati dei test.  Leggendo gli interessantissimi contributi di insengnanti, accademici e valutatori, mi sembra di capire che negli USA stiano avendo dei ripensamenti proprio mentre noi in Italia abbracciamo i test forse troppo entusiasticamente.  Cosa ne penso io? Me la caverò con uno di quegli aforismi ad effetto con cui non si sbaglia: per sviluppare forme di valutazione degli insegnanti più raffinate, è inevitabile passare per esperienze di valutazione imperfette.