Sabato 30 Gennaio al KublaiCamp abbiamo parlato di risorse finanziarie e di spazi fisici per svolgere attività creative. Abbiamo ascoltato le storie dei creativi che hanno provato a realizzare progetti per cambiare la propria vita e quella degli altri e abbiamo capito di più su come funzionano alcune organizzazioni pubbliche e private che provano a sostenerli. C’era la gente giusta e tanta energia positiva. Ad esempio le visioni collaborative dei ragazzi di The Hub Italia, i consigli di Stefano Consiglio di Angeli per Viaggiatori, i partner che ci accompagnano in questa strada la cui destinazione è sconosciuta a tutti, ad esempio Telecom, la Regione Basilicata con Visioni Urbane, ed il Comune di Modena. Poi naturalmente c’era il Ministero di cui faccio parte con Luigi Mastrobuono.
Ma se dovessi dire che cosa rimane a me nel profondo di questo Camp sono i progetti nuovi e le facce dei ragazzi e delle ragazze nell’atto di presentarli con forza e convinzione al mondo. Il premio, come ormai saprete, se l’è aggiudicato Film Voices. Si tratta di un progetto straordinario, ma in Kublai ne abbiamo lette a diecine in questi ultimi mesi di proposte ispirate, realistiche e visionarie, che testimoniano la ferma volontà di molti giovani italiani di creare per sé e per il mondo che li circonda cose belle, utili e concrete. Questa comunità attira persone che sono un po’ il contrario dell’immagine dei ggggiovani che spesso ci restituiscono i media. Non sono solo giovani, quelli che ho visto io al camp sono persone non stanno lì ad aspettare che le soluzioni vengano dagli altri, eppure sanno sfruttare degli altri i commenti, gli incoraggiamenti ed i contatti, mettendosi in gioco con coraggio.
Mi sento per una volta orgoglioso di avere contributo a mettere al mondo questo progetto.
Se dal video vi rimane qualche dubbio, non c’è problema, lo scoprirete lì.
Io sto organizando la mattina una sessione dedicata ai problemi degli spazi fisici per la creatività, il pomeriggio assegniamo il prestigioso, quanto simbolico, Kublai Award 2009. Si parla di finanziamenti per i creativi e ci sarà una gara di elevator pitch fra progettisti creativi. Più una serie di altre cose più e meno programmate.
In generale mi sembra il posto giusto per incontrare gente che ha voglia di fare qualcosa di grande per sè e per gli altri.
Attenzione questo post è una cosa seria e non ha nulla che vedere con il turismo sessuale, o più in generale con la soddisfazione sessuale di noi che abbiamo la fortuna di vivere in paesi ricchi.
L’Insititute of Development Studies dell’Università del Sussex, un centro di ricerca e consulenza di alto livello nel campo dello sviluppo internazionale, lunedì 11 organizza un incontro sul tema “sesso e piacere” in Inghilterra, Cina e India. Loro ci sono arrivati a partire da un’attività di ricerca sulle lavoratrici del sesso nei paesi poveri, ma a pensarci, è la cosa più semplice del mondo. Perchè il benessere di una nazione, oltre al reddito procapite, non dovrebbe tenere conto della misura in cui i cittadini sono messi in condizione di realizzare il piacere fisico del proprio corpo, una possibilità di gioia naturale e che non dovrebbe costare nulla? Cade così un ultimo tabù nella definizione e misurazione di che cos’è l’arretratezza, la modernità, e lo sviluppo (parola che sarebbe vietata, lo so, lo so, mi sa che la devo togliere dalla mia lista nera).
Un po’ fa sorridere, ma è quel riso di disagio verso il progresso quello vero.
Di recente per lavoro mi è capitato di guardare un po’ di dati sulla criminalità nelle diverse regioni del paese. Bè la sorpresa è che l’incidenza di alcuni reati denunciati – soprattutto i furti, le violenze sessuali, i reati di sfruttamento della prostituzione e di traffico di stupefacenti - è nettamente superiore al Nord rispetto al Mezzogiorno.
La cosa è sorprendente anche perchè le mappe dei vari fenomeni dello sviluppo, che per mestiere produco e guardo, appaiono tutte uguali (al punto che ci scherziamo sopra fra colleghi): i colori che descrivono l’intensità dei fenomeni diventano scuri man mano che si scende a Sud, medio-pallidi al centro, e chiari al nord. Non è così per alcune forme di criminalità. Guardando ad una gamma più ampia di reati, le denuncie all’autrorità giudiziaria per 1000 abitanti sono 55 al Centro-nord e 39 al Sud (Dati ISTAT 2007). Ed allora, per deformazione professionale, a tipi come me viene spontaneo cercare spiegazioni per quest’anomalia che consistono in errori di misurazione: inquesto caso con il fatto che i reati non vengono denunciati con la stessa probabilità al sud, o non vengono perseguiti con la stessa intensità. Forse però la spiegazione è più semplice. Al Sud alcune forme di criminalità sono meno presenti.
Considerando l’importanza che il crimine e l’insicurezza hanno per il benessere di un’area, direi che dobbiamo abituarci all’idea che, da questo punto di vista, nel Mezzogiorno si vive meglio.
Inquesta materia, sarebbe meglio quindi regionare sui livelli assoluti. Bisognerebbe forse solo capire, anche sulle base di confronti con il passato, o con altri paesi, qual’è il livello accettabile di questi fenomeni, verso cui tendere.
Il rugby è sempre più di moda e qualche motivo ci sarà. Siccome sono anni che anch’io amo guardare le partite internazionali, vi dico quali sono i motivi che valgono per me. Comunque stiano le cose, credo che ci siano dei temi che vanno anche al di là dello sport.
Il rugby è veramente un gioco di squadra in tutti i sensi: i collegamenti fra le varie sezioni della squadra sono chiari e forti. Spingendo forte al centro, si costringono gli avversari a portare persone al centro per fare argine, e questo libera le ali sui lati a svolazzare in meta. Chi si ricorda del gioco sporco dei bestioni al centro che, logorando gli avversari, ha consentito loro la gloria?
Il rugby è il gioco del sacrificio e del coraggio. Quello che fa la differenza è saper mantenere la ragione accesa in situazioni di grande concitazione e violenza. Bisogna sapersi lanciare a grande velocità verso un impatto doloroso, mantenendo la lucidità per passare la palla all’uomo libero un istante prima dell’impatto. Non sarebbe efficace farlo prima.
La squadra (di 15 giocatori) è una delle più grandi fra i giochi di squadra. All’aumentare del numero, il problema di cooperare verso il fine comune si complica sempre di più
Si parla molto del “terzo tempo” inteso come andare a bere insieme agli avversari, dopo essersi massacrati in campo, per cui su quello non mi dilungo
A Rugby non si discutono le decisioni arbitrali. I giocatori, anche quando si capisce perfettamente dalla loro espressione che non le condividono, non le commentano nemmeno. Prendono atto. Ecco in questo c’è qualcosa di quasi commovente. Questi energumeni che stanno mettendo tutte le loro energie e la loro creatività in gioco, quando vengono puniti dall’arbitro per il loro comportamento, non si sognano neppure uno di quei nausenati gesti di ribellione a cui il calcio ci ha abituato.
A rugby l’eroismo è ancora il canone di riferimento. Viene in mente il valoroso soldato greco che spartano che, alla sfida dei Persiani del generale ateniese “Noi oscureremo il sole con le nostre frecce”, rispondeva “e allora combatteremo al buio”
Pensandoci bene, quello che a noi italiani piace del Rugby è quello che non ci piace dell’Italia. E’ uno sport in fondo anglosassone; molto più del calcio, che ormai da un secolo si è latinizzato. E degli Anglo ha le virtù. Non il rispetto delle regole (ché le scorettezze in campo si commettono) ma dell’arbitro e delle sue sentenze.
E degli Anglo ha i valori: innazitutto l’”endurance“, lo spirito di chi si sacrifica senza pretendere grandi riconoscimenti. Che ha in disprezzo la lamentela e la condiscendenza verso se stessi; il nostro trovare scuse sempre estranee alle nostre responsabilità, per tutto ciò che non va come dovrebbe.
E’ un po’ che ripenso all’incontro Tempesta Perfetta, che Alberto aveva organizzato nell’ambito del nostro ciclo di incontri in Second Life di Kublai . Lì si parlava molto del perchè l’industria musicale ormai ripropone e riproduce per la maggioranza contenuti non originali senza prendere più rischi. La televisione generalista, violentatrice seriale degli ormai impotenti Battisti, Mina e Modugno, ci occupa i pomeriggi delle domeniche con le canzoni degli anni 60, e così rievocando epoche piene di speranze smorza le nostre, e fa invecchiare sulle loro poltrone i nostri vecchi ancora più velocemente.
Se avessi avuto il coraggio di parlare tra quegli esperti di mercati musicali, avrei detto che forse un po’ di colpa per questo vivere proiettati nel passato ce l’hanno anche le tecnologie digitali, che rendono così poco costoso conservare i materiali musicali, accedervi. Mia figlia a due anni conosceva Rafaella Carrà e le gemelle Kessler, Johnny Bassotto e la Tartaruga, che le facevamo vedere su Youtube. Tutto ciò non era possibile negli anni 70. Mia madre non mi lasciò che una quindicina di 45 giri, che col mio mangianastri presto personalizzai e finii di graffii.
Sospetto da brividi: non è che condividendo le esperienze della mia infanzia, le sto togliendo le sue? A dire il vero non sono così pessimista per lei. Se io, e la mia società, abbiamo problemi a buttare via le cose immateriali, come quelle materiali, ho fiducia nella sua voglia di distruggere il passato prossimo, per guardare magari nel remoto, o verso l’estremo futuro
L’anno scorso mi sono imbarcato in una cosa piuttosto nuova per un economista dello sviluppo un po’ tradizionale come me. Provocato dalle affascinanti idee di Alberto Cottica, ho promosso la nascita di questa risorsa per i creativi che vogliono promuovere progetti per lo sviluppo dei territori in cui vivono, che abbiamo chiamato Kublai. Credo che questo blog, volente o nolente, parlerà molto di questo, anche perchè se non avessi fatto quest’esperienza, non avrei mai pensato di aprirlo.
Per noi del ministero è un potente strumento di project generation. Per i creativi, un modo di allearsi con altri come loro e con una parte dell’amministrazione buona – diceva alberto al tempo – che crede nel merito e nell’onestà, che apprezza l’entusiasmo e le cose nuove e non ha paura di mettersi in gioco. Una specie di alleanza fra persone buone, aperte, e con i valori al posto giusto, interne ed esterne alle amministrazioni pubbliche. Al tempo questa mi sembrò un idea veramente ingenua. E chi siamo noi per dirci più buoni degli altri? E anche se lo fossimo, potremmo non essere in grado di riconoscere le altre persone in buona fede dagli impostori che sanno usare le parole giuste. D’altra parte, all’ombra di molte grandi personalità sono cresciuti mediocri adulatori che sono perciò assurti a fama immeritata. (Per la verità – riflettevo al tempo – di reti informali di persone di questo tipo ne esistono già trasversalmente a diverse organizzazioni, ma di solito hanno altri scopi, e, di questi tempi, vengono alla luce, ad esempio, quando vengono pubblicate intercettazioni telefoniche).
Dopo un anno e mezzo di Kublai non ho cambiato del tutto idea, ma un grammo meno scettico lo sono. Il fatto è che siamo entrati in contatto con molte persone di amministrazioni pubbliche, enti non-profit ed imprese, che dichiarano di occuparsi di promozione della creatività, di cultura e politiche giovanili attraverso gli strumenti del web. Orbene, solo con alcuni scatta un intesa e partono progetti di collaborazione, e la cosa ha pochissimo a vedere col mondo delle idee. Molto con le persone stesse e le affinità che ci legano a loro. I nostri valori saranno così forti da selezionare le persone per la loro qualità all’interno di una comunità che oggi conta più di 1000 persone? Credo che lo scopriremo nei prossimi tempi. Certo la nostra è, e vorremmo che rimanesse, innanzitutto una comunità di persone.