More on the economic profession: qualitative vs. quantitative economists

22 maggio 2013

There is a very big divide within the economic profession between those that uses quantitative and those that use qualitative methods. Very few economists shift back and forth from one set of methods and the other depending on the problem they are addressing. This issue is in many ways a taboo for economists, and for a reason. Many quantitative economists fundamentally believe that the not-so-quantitative are really not economists.   They think that qualitative research is made by lazy, or less than excellent minds;  that it easier, or that it asks questions that are irrelevant (like what is the meaning of an act of consumption), or that it discovers things that are not generalizable outside the cases observed.  The fracture, which is common to other domains of social science such as evaluation, is so deep that itis hard to reconcile.

Now, after having used this distinction I am going to dispute it. For me this distinction is false.  There is no quantitative or qualitative social science: a more clear-cut divide, instead, exists between people that are gifted in the use of quantitative methods, and people  that are not.  Of course, like most other skills, mathematics to a certain extent can be learned. Personally, I consider myself not particularly talented in math, but I have been trained in quantitative methods.

A lot more could be said about this.  The use of numbers does not necessary involve adopting the principles of the scientific method (replicability, falsification).  Research papers which use numbers  may be descriptive, and very different from others that are theory-oriented (usually emplying formulas without numeric values).  As I have argued in my previous post in italian, the problem lies in the value system inherent in much of the economic profession, and in some other social sciences, which rewards the use of quantitative methods irrespective of their ability to solve real world problems. Learning them is very costly to the point that the time investment creates for those who have  made it a powerful incentive to use them.

Summing up: I don’t stand on either of the two sides in the quantitative-qualitative divide, because the dichotomy does not exist.  Isn’t that great?


Mi dimetto da economista

30 gennaio 2013

Se Vasco Rossi si può dimettere da rockstar, io avrò pure il diritto di dimettermi da economista; cioè di cambiare identità professionale. Certo se a voi non sembrerà una gran cosa, per me non è una cosa facile da dire. Quello dell’economista è un lungo training. Alcuni dibattiti sono durati molte diecine di anni ed è difficile liberarsene intellettualmente.  Poi la concorrenza interna alla disciplina è forte per cui la defezione viene interpretata dagli altri come incapacità di competere soprattutto nell’uso di certi strumenti matematici (indipendentemente dalla loro utilità).   Infine c’è il fatto che la professione, in fondo, è piuttosto ben considerata ed ha uno status pubblico più elevato di altre come la sociologia e le scienze politiche. A dispetto di tutto ciò, c’è però il fatto che una serie di questioni non mi interessano più tanto, mentre d’altra parte mi indispone sempre più la pretesa degli economisti di possedere l’unica scienza sociale degna di questo nome; di interpretare attraverso il loro modello teorico tutti i comportamenti umani.

Da ragazzo, avevo scelto di  studiare economia perchè mi interessavano le condizioni materiali delle persone, pensando che da quelle dipendesse gran parte della loro felicità. Ora non lo credo più quanto prima.

Ma c’è soprattutto un altro motivo.  Oggi mi considero soprattutto un esperto di politiche, di intervento pubblico, e ritengo che questo campo professionale debba avere una dignità sua.  D’altra parte, dopo la laurea mi sono progressivamente perfezionato in questo tipo di studi, e poi di pratica.  Tra studiosi e analisti della società, sugli obiettivi siamo spesso  d’accordo, ma al Department of Urban Studies dell’MIT ho studiato soprattutto il come si cerca di perseguirli. Non si può infatti pensare che gli obiettivi siano tutti raggiungibili, e per raggiungere alcuni risultati si possono provare molte strade. Un esempio: oggi molti sono d’accordo che bisogna rafforzare l’istruzione pubblica nella fascia dell’obbligo. L’economista spesso si accontenta di dire: “bisogna finanziare di più la scuola pubblica” immaginando che ciò sia sufficiente. In alcuni casi si addentra di più, sostenendo, con il suo modello teorico in mente, che bisogna offrire incentivi monetari alla performance degli insegnanti. A uno come me interesserebbe sapere invece se ha maggiori effetti sulla qualità dell’istruzione un euro  speso in aumenti di stipendi per gli insegnanti, per la loro formazione, in opere pubbliche che intervengano sulla qualità degli edifici pubblici, in acquisti attrezzature informatiche, o in qualcos’altro.  Mi interesserebbe capire di più sui sistemi di incentivi  a cui gli insegnanti rispondono, e che cosa succede a quegli insegnanti che ad un clima competitivo reagiscono in modo negativo.  Insomma mi piace guardare nella scatola opaca dell’attuazione di misure di policy. Di qui anche l’interesse che ho sviluppato per la valutazione delle politiche.

Lo studio delle condizioni di efficacia delle politiche pubbliche produce e accumula conoscenze sue proprie. Se gli economisti vogliono disegnare politiche pubbliche devono addentrarsi in questa area disciplinare in cui non vengono in genere istruiti formalmente.   Questo spazio nel nostro paese non è riconosciuto chiaramente, e in italiano non ha un nome.  Forse anche per questo mi ci muovo con una certa soddisfazione.


Is it who you know?

13 gennaio 2013

Più di un anno fa pubblicavo qui un idea che da molto tempo mi frullava in testa e che riguarda le politiche di sviluppo e certe forme di spesa pubblica più in generale: che le scelte pubbliche di assegnazione delle risorse siano meno influenzate da clientelismo, corruzione, etc, di quello che la maggioranza delle persone pensano.

Qualche giorno fa l’ho posta come un’ipotesi di ricerca ad Alberto, il mio alter ego avventuroso. In men che non si dica, ho ritrovato questa questione posta come tema guida di un interessante seminario di confronto fra policy makers ed analisti delle reti. Dunque lunedì 20 mi recherò a Venezia a questo incontro che si preannuncia per me stimolante e scomodo, come tutte le vere esplorazioni del nuovo. Cercheremo dati per un esercizio di network analysis finalizzato a testare la mia semplice tesi.

Io porto in dote – orgogliosamente – i dati di opencoesione, che riguardano la spesa pubblica di cui mi occupo, anche se non credo che con quelli riusciremo a costruire delle analisi utili ad affrontare il tema di mio interesse.  Nonostante la sua ricchezza senza precedenti per una base dati liberata al pubblico, secondo me la qualità delle informazioni sui soggetti associati ai finanziamenti della politica di sviluppo non è ancora sufficiente a costruirci su delle analisi di rete.  Ma questo lo vedremo lì.

Il punto importante per me è che voglio provare con l’aiuto di esperti a impostare un analisi quantitativa non sulla base dei dati disponibili, ma della domanda di interesse. Comanda la  domanda, non le informazioni che abbiamo: vi assicuro che nella ricerca come nella valutazione, succede spesso il contrario.  Ne voglio riparlare.


Alla scuola di Albert O. Hirschman

12 dicembre 2012

Ieri è morto Albert O. Hirschman.  I suoi molti appassionati lettori e discepoli ne staranno scrivendo ed io non ho in animo di farlo ora.

Vorrei solo cogliere quest’occasione per ringraziare Luca Meldolesi che insegnando con fedeltà e trasporto Hirschman al suo corso di politica economica a Napoli, mi ha aperto il mondo dell’economia dello sviluppo, un campo di studi in cui ho trovato corrispondenza con quello che a quell’età stavo cercando.  Ho scoperto leggendo le pagine di Albert che alla ricerca delle soluzioni, del possibile, del meglio per gli altri, ognuno di noi può dare un contributo secondo quello che sa fare, che ama fare.  Il possibilismo di Hirschman dunque è stato per me anche la possibilità che finalmente mi veniva aperta di fare cose utili e allo stresso tempo per me affascinanti, stimolanti: tutte le cose buone vanno insieme.

Hirschman, l’ho scoperto poi, era al centro di un vero e proprio ambiente culturale accademico figlio del pragmatismo e dedito all’indagine empirica e orientata al cambiamento, che aveva uno dei suoi centri al Department of Urban Studies and Planning dell’MIT, dove ho studiato. Tiro fuori giusto due ricordi da quell’esperienza, che riguardano Hirschman.  Alla prima lezione di un corso di Political Economy al dip di Scienze Politiche dell’MIT, per conoscersi e rompere il ghiaccio, il prof. chiese a  ciascuno di indicare “who’s your favourite social scientist”. Due terzi delle dichiarazioni andarono per Hirschman (non la mia quella volta, più che altro perchè volevo distinguermi). Quando conseguii il Master, la famosa cerimonia del commencement tipica di tutte le università USA, con la consegna dei diplomi nel prato centrale di Killian Court, confliggeva con la possibilità che mi veniva offerta di passare qualche ora con Albert per parlare dei miei interessi di ricerca.  Quell’anno, lo speaker al commencement era nientemeno che il presidente degli USA in carica Bill Clinton.  Non ci pensai su granchè, anche se già avevo affittato lo strano cappello nero rettangolare ed il mantello.  Mai più usati, neanche in occasione del Ph.D.

Chi mi conosce sa che sono troppo geloso della mia libertà di pensiero per unirmi a clan, società di scopo,  o correnti.  Poi Albert Hirschman  l’ho conosciuto, anche se in fase ormai di declino intellettuale, e come persona non lo mitizzo .  Eppure il capo della mia scuola, se ne esistesse una, scusate oggi il conformismo, è  lui.


I lavavetri: differenze di aggressività nelle regioni italiane

5 novembre 2012

Qualche giorno fa ero a Caserta in visita a parenti e, fermo ad un semaforo, sono stato come al solito assalito da lavavetri stranieri particolarmente insistenti.  Un po’ ci ero abituato, ma a un certo punto mi sono fermato a riflettere su questa differenza piuttosto grossa che c’è fra nord e sud Italia, che davo per scontata. I lavavetri ci sono anche al nord ma sono molto meno invadenti; ti si avvicinano proponendoti una pulita ma se gli fai un segno di diniego si allontanano.  In Campania invece, non so se nelle altre regioni del Sud è lo stesso, per non farli avventare sul tuo parabrezza bisogna attivare preventivamente il tergicristallo, mantenere una certa distanza dalla macchina che sta davanti così da potere avanzare quando si avvicinano al vetro, ed altre cose antipatiche del genere.

A me non piace respingere queste persone in modo poco umano, ma i miei tentativi di ragionare con loro trattandole in modo umano non hanno dato risultati:  mi hanno lavato il vetro (che era pulito) contro la mia volontà.  Io mi sono rifiutato di dar loro soldi dicendo “non mi piacciono le persone aggressive”.  Di risposta mi sono sentito dire “non fare il cattivo”, “tutt’ quant amma campà” o cose del genere. Insomma quest’aggressività stradale sembra impossibile da disinnescare.

L’interrogativo che mi rimane tuttavia è questo: perchè modi così differenti in diverse città italiane?  Questa diversità ha a che vedere con standard di spirito civico che sono diversi, o con un diverso livello di tolleranza diffusa per i comportamenti che disturbano gli altri? Questi comportamenti si collegano ad altri comportamenti ancor più illegali, che dovremmo contrastare? Dovremmo pensare anche a queste cose nella politica di sviluppo, e partire da queste differenze per cercare di rimuovere i divari e creare maggiore coesione azionale?

Sono l’unico che fa caso a queste cose? Eppure sono sotto gli occhi di tutti.


Open coesione: what’s next

18 ottobre 2012

Da alcuni mesi è online il sito web che consente di elaborare e scaricare dati sugli interventi della politica di coesione in Italia, i fondi strutturali europei insomma, ed alcuni interventi finanziati con risorse nazionali che hanno la stessa finalità di riequilibrare i divari interni al nostro molto diseguale paese.  Dove sono, in cosa investono, quanto spendono, chi li gestisce e cose del genere.  Ci ho lavorato un po’ anch’io e sono orgoglioso di essere parte di un amministrazione che più che parlare di trasparenza, inizia a praticarla.

Si tratta della più ampia base dati di investimenti pubblici mai resa pubblica in Italia, con più di 500 mila interventi corrispondenti a quasi 17 miliardi di fondi pubblici impegnati.  Su questi dati si possono esercitare analisti interessati a questioni di distribuzione geografica o dimensionale, anche scaricando l’intero database, o semplici cittadini interessati ad un singolo progetto che si attua vicino a casa loro.  Si fa presto a dire trasparenza e open data, ma poi c’è sempre l’inghippo: sistemi di interrogazione che non funzionano, dati che non sono mai quelli di maggiore interesse, aggiornamenti che non si fanno.  In questo caso sembra proprio una cosa vera, provare per credere.

In cosa può migliorare questo sistema?  Certo nella qualità di questi dati.  Infatti qualche errore nel nostro sistema di monitoraggio alimentato da dozzine di gestori di fondi  può ancora trovarsi, ma sono fiducioso che questi errori diminuiranno proprio per effetto dell’uso di queste informazioni, che non è più limitato ai pochi analisti che li possono vedere e li sanno leggere.

Però a mio giudizio la vera frontiera che ci attende come Dipartimento per lo Sviluppo, e come Stato più in generale, consiste nel dare un significato più ampio a questa apertura, ovvero abilitare un flusso di informazioni di senso  opposto rispetto a quello di cui ci siamo occupati fino ad oggi: dai cittadini all’amministrazione.  ora che stiamo imparando a diffondere informazioni, dobbiamo imparare a raccoglierle, filtrarle ed elaborarle: dal pubblico a beneficio del pubblico.  E’ parte del nostro ruolo di Stato creare questo valore fungendo da catalizzatori dei contributi anche volontari dei cittadini che agiscono nell’interesse della collettività. Il problema è come farlo in modo gestibile, ma allo stesso tempo sensibile.

Qualche idea operativa? (tanto per cominciare).


La mia paura del volo

18 settembre 2012

Come molte altre persone ho paura di prendere l’aereo. Comunque di aerei ne prendo lo stesso e sono costretto perciò a convivere con questo sentimento-handicap. A me sembra che la mia paura sia una condizione unica e distintiva, che gli altri non possono capire. In realtà credo che sia comune a molte altre persone e quindi che cosa c’è di meglio che parlarne in questo blog per vedere se c’è qualcuno che mi può capire, o addirittura aiutare a superare questo problema?

Intanto, che cosa significa avere paura del volo?  Anche se spesso per renderla socialmente più accettabile parliamo di tensione, ansia, nervosismo, la mia è una paura vera e propria che:

  • è parente delle vertigini e della paura del vuoto, degli abissi, etc (infatti ho un po’ anche quelle);
  • si alimenta del senso di impotenza di essere in balia di forze su cui non ho nessun controllo: sono in una scatola di latta ed ai comandi c’è chissachi.  Ho l’impressione che se pilotassi io l’aereo diminuirebbe (ma non scomparirebbe);
  • cala quando sono costretto a prendere aerei molto di frequente, 3-4 volte in un mese, e tende a diminuire fino a scomparire (se non c’è brutto tempo) nel corso dei voli molto lunghi transoceanici, quasi sopravanzata dalla stanchezza;
  • può essere un po’ faticosamente tenuta sotto controllo attraverso il contatto con altre persone.  Durante i voli io divento più socievole.
  • un altra cosa che mi rassicura è sentire la voce del comandante che parla con tono pacato, lasciando intendere che le cose vanno come dovrebbero;

Per favore non mi scrivete che l’aereo è più sicuro dell’auto o cose del genere. Naturalmente lo so bene e ripetermelo non mi serve a niente.  E’ come se la  mia parte emotiva avesse una logica sua autonoma che entra in conflitto con la razionalità vera e propria.  Una parte di me nel profondo è convinta che salendo su un aereo sto facendo una cosa molto pericolosa.  Quella parte pensa che non sono io il problema, ma che ho tutte le ragioni ad avere paura.


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